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sabato 2 luglio 2011

L’ANTIPOLITICA

Ormai la frattura è netta, questo è lapalissiano.
La politica non sembra più il mezzo mediante il quale i cittadini si esprimono, un mezzo per ricercare il benessere della collettività e sorvegliare il corretto funzionamento dello Stato; ma il principale nemico del popolo, un orco, un gigantesco parassita che succhia ogni forma di nutrimento ed energia dal tessuto sociale: con forza inversamente proporzionale a quanto quest’ultimo si trovi in una situazione di debolezza e difficoltà.
Ciò che si percepisce colloquiando con le persone è una visione del personaggio politico come un connubio di potere e privilegi, dedito (ed abilissimo in questa sua dedizione) solo ed esclusivamente ad autoalimentarsi, disgiunto dalla realtà dei fatti e delle cose: una sorta di entità astratta che vive in un limbo dorato privo di ogni nesso e collegamento con il Mondo reale.
Siamo all’anti-politica.
Basta collegarsi ad internet e cercare su wikipedia per avere un primo sommario quadro di quello di cui stiamo parlando. Alla voce antipolitica troviamo infatti la descrizione di diversi sentimenti che oggi sono tanto diffusi quanto, in ultima analisi, inutili per uscire dall’imbuto della crisi in cui siamo calati.
Scorrendo la voce troviamo infatti diverse descrizioni…
L'antipolitica per egoismo
È il rifiuto della politica di colui che lascia volontariamente il compito di governare agli altri: egli si occuperà invece delle sua faccende per vivere nel miglior modo possibile. Sarà comunque coinvolto dalla politica ma egli si manterrà sempre nella cerchia esterna della cittadella del potere. «Tanto non cambia nulla, tanto vale pensare a se stessi».
L'antipolitica per delusione
È questa l'antipolitica di colui che nel corso del tempo è rimasto disorientato e deluso dalla politica così come finora è stata esercitata e che giudica ormai fallimentare: decide quindi di allontanarsene definitivamente chiudendosi nella sfera del suo privato.
L'antipolitica passiva
L'antipolitica, che potrebbe definirsi passiva, è di colui non che ha rinunciato all'esercizio della politica ma che non vi è stato mai coinvolto. Egli è stato sempre l'oggetto della politica mai il soggetto attivo: ha sempre vissuto ai margini della società e la sua vita è stata spesa solo nella ricerca della sopravvivenza. È l'antipolitica dell'incolto che ormai ha capito il trucco sofistico: rifiuta a priori il linguaggio politico che non capisce perché non gli appartiene e che disprezza come puro esercizio verbale.
L'antipolitica attiva
L'antipolitica attiva è di colui che contesta tutto ciò che riguarda le forme della politica condivisa, le strutture della democrazia politica: le accusa di ideologismo, di astrattezza, di inutili procedure, fonti di lungaggini, a cui vuole contrapporre invece un fare, un' azione spiccia, pratica e fruttuosa. Questa è la politica di colui che si professa antipolitico e vuole convincere gli altri a rinunciare all'esercizio politico, a ragionare politicamente, per lasciar fare a lui che ha lo spirito e le capacità adatte al fare, che sa gestire la cosa pubblica.
L'antipolitica acritica
È questa l'antipolitica di colui che contesta tutto ciò che viene dalla politica ma non propone nulla per il cambiamento. In ogni atto politico evidenzia solo gli aspetti negativi e considera ininfluenti quelli positivi, che spesso neppure vede. Il mondo politico così com'è non gli sta bene ma in fondo non sa neppure lui quello che vuole. È questa la classica posizione dell'"uomo della strada", dell'uomo qualunque che ragiona in base al buon senso comune che vede soluzioni facili a problemi che la politica complica inutilmente.
L'antipolitica costruttiva
Antipolitica può significare l'esercizio di colui che contesta il modo di fare politica del presente e auspica un nuovo modo di esercitare la politica. Quindi, non un rifiuto per il rifiuto, ma un opporsi per costruire una politica più vera ed alta. Un'antipolitica che rimane politica.
…che calzano a pennello praticamente tutte quante per questo pessimo, attuale, periodo storico italiano. Tutte tranne l’ultima. Di costruttivo ormai non vi è più nulla tra la gente. Ma tale senso di rovina non è, di per sé, imputabile ad un mancato senso civico della collettività, piuttosto è vero il contrario. Sono le Istituzioni che sembra abbiano perso il senso civico, sono le Istituzioni che derivano verso l’immoralità e la depravazione sia fisica che intellettuale. Assistiamo paradossalmente alla collettività che deve vigilare sui propri organi di governo, che deve moralizzarli e renderli inoffensivi nei propri confronti.
Si entra dunque in un circolo vizioso.
La Società che non può non avere un proprio codice comportamentale ed una propria organizzazione; la Società che é quindi costretta ad eleggere un proprio Collegio rappresentativo; la Società che nel momento stesso in cui nomina un proprio rappresentante lo teme perché tutti i suoi predecessori hanno abusato della propria posizione; la Società che non si sente da esso rappresentata ed anzi si pone in atteggiamento ostile nei suoi confronti proprio perché lo ha eletto; la Società che quindi, in ultima analisi, cerca di destituire e delegittimare chi la sta governando: quando il periodo storico ed economico è, nella maggioranza del sentimento popolare, fondamentalmente positivo e si imputa alla classe dirigente solamente un’incapacità di affrontare e risolvere i problemi dell’elettorato, questo circolo si traduce in una normale alternanza tra le diverse forze politiche (oggi lo chiamiamo bipolarismo); quando invece il periodo storico è particolarmente difficile ed il popolo è esasperato si arriva a forme di protesta violenta fino a giungere a vere e proprie rivoluzioni.
In poche parole quando manca la fiducia nella politica quali sono gli scenari cui si va incontro?
Bene che vada una continua instabilità politica (infinita alternanza tra le forze politiche, mancanza di piani di sviluppo a lungo termine e caduta di Governi), male che vada lo scoppio di tumulti e la guerra civile (ciò che oggi sta succedendo nel Magreb e nel Medio Oriente è l’esempio più calzante che si possa avere).
Si può interrompere questo circolo vizioso?
Si, occorre però riavvicinare la politica alle persone, mettere la politica a disposizione delle persone e far gestire la politica alle persone: proposito questo banale a livello di idea, ma che diventa di entità titanica quando ci si rende conto che poi tale principio deve essere anche “assorbito e fatto proprio” dagli stessi elettori che fino ad oggi sono stati solo delusi da chi lo dovrebbe mettere in pratica.
I vertici della politica non devono e non possono interporre un muro tra essi e i cittadini (ma attenzione che questo ragionamento andrebbe esteso anche a molte altre categorie come ad esempio il ceto bancario o la magistratura), non devono e non possono isolarsi in una sorta di nuvola lontana ed impalpabile, non devono e non possono cercare nella politica personali guadagni e potere.
I politici devono essere dei tramiti, i veicoli dei singoli cittadini per l’accesso all’organizzazione della “Res Pubblica”: la Cosa Pubblica, per l’appunto.
Oggi non è più tollerabile un “modus operandi” differente dalla pedissequa ricerca del bene comune: così come per innalzare un grattacielo serve una solida base, allo stesso modo una grande Nazione (o più in piccolo un efficiente Comune) può stare in piedi solo se tutti i suoi cittadini se ne sentiranno parte attiva.
Lo sforzo della Lega Nord deve essere questo: riavvicinare le persone alla politica, farsi tramite del loro pensiero e dei loro problemi, non dare importanza a quanti metri cubi di cemento vogliono colare i vari costruttori edili sui nostri prati, ignorare i giochi di potere, evitare le speculazioni ai danni dei cittadini, ricordare e riprendere ciò che di buono è stato fatto nella nostra storia e gettar via tutti gli errori che sono stati commessi ed ormai compresi.
La gente è stanca di pagare delle tasse per accontentare ed arricchire delle caste: non è contraria a pagare i servizi che riceve, è contraria a pagare investimenti inutili e dannosi, è contraria a pagare clientelismi, corruzione e malgoverno. Le persone hanno sempre fatto sacrifici quando si sono prefissati un obbiettivo e hanno visto che erano utili e/o indispensabili per il prosieguo ed il fiorire della propria Società, ma per accettare tali sacrifici hanno bisogno di un obbiettivo e di toccare con mano i vantaggi che essi portano a loro medesimi, non al giardino del politico di turno.
La gente vuole sentirsi sicura, non indifesa di fronte a chi è prepotente e si fa forte del fatto che ormai gli unici diritti certi sono solo quelli di chi delinque.
La gente vuole lavoro, non inutili sindacati capaci solo di imporgli tessere politiche o farsi pagare, da quegli stessi extracomunitari di cui si proclama paladino difensore, per servizi che dovrebbero essere gratuiti.
La gente vuole essere aiutata dalle istituzioni, non sfruttata.
La gente vuole scoprire e vivere in armonia con l’ambiente, non averne paura: se faccio un bagno in un fiume o mangio una verdura non voglio aver paura di diventare fosforescente la notte seguente: sono un essere onnivoro che soffre il caldo, non un abat-jour!
La gente vuole poter usare e parcheggiare l’auto senza sentirsi un criminale se vive a 2 km dal centro: le righe blu sono un modo per disciplinare e organizzare la sosta in pochi punti critici della città, non la terza voce di entrate nelle casse comunali!
ANDIAMO AD INCONTRARLA E AD ASCOLTARLA QUESTA GENTE!

Maurizio Campari

RUE: Regolamento Urbanistico Edilizio o Regolamento ad Uso Emotivo?


Nel corso degli ultimi anni l’opinione pubblica si è sempre più interessata e sensibilizzata verso i dibattiti connessi allo sviluppo delle aree metropolitane: diversi aspetti dello stesso problema, ovvero una città a misura d’uomo.
Sempre più spesso sentiamo parlare di regolamentazione dell’attività edile: questi dibattiti si rendono necessari per evitare di finire preda di noi stessi, della nostra “voracità” di territorio, della nostra volontà d’assoggettare tutto ciò che ci circonda al nostro bisogno personale e della visione miope di chi non è in grado di prevedere uno sviluppo omogeneo e funzionale all’intera società.
Fino alla metà del secolo scorso non vi era una vera e propria “coscienza del costruire”. Se è vero infatti che il primo piano regolatore risale al 1865, è anche vero che questo era assolutamente incompleto e soprattutto facoltativo: i Comuni che volevano dotarsi di tale strumento dovevano farne specifica domanda giustificandone anche l’esigenza. Solo dal 1942, con l’entrata in vigore della Legge Nazionale Urbanistica, fu introdotto un nuovo tipo di Piano Regolatore (detto Piano Regolatore Generale o P.R.G.), obbligatorio per tutti i Comuni più importanti, che iniziava a trattare l’argomento in maniera più approfondita per via della crescente necessità di regolamentare l’uso indiscriminato del suolo. Da allora lo strumento urbanistico si è continuamente migliorato e perfezionato fino a giungere agli attuali PSC, POC e RUE.
Riassumendo, il PSC (Piano Strutturale Comunale) è lo strumento primo che detta le linee guida generali per lo sviluppo di tutto il Comune cui si riferisce e lo fa per tutto il tempo che resta in vigore, il POC (Piano Operativo Comunale) riguarda le parti di territorio oggetto di trasformazione nel breve periodo (3-5 anni) ed il RUE (Regolamento Urbanistico Edilizio) definisce gli aspetti regolamentari e normativi relativi all'attività edilizia. Nessuno può prescindere dagli altri due.
L’idea che sta alla base di questi strumenti urbanistici è garantire una moderna visione d’insieme del tessuto urbano (ed extraurbano) e fornire un corretto “modus operandi” volto a modellare la città, plasmandola, modificandola o addirittura ricostruendone porzioni sulle effettive esigenze della propria popolazione in maniera sostenibile, vale a dire affrontando (e si spera risolvendo) tutti i problemi connessi alla convivenza di più entità singole: traffico, risparmio energetico, inquinamento dell’aria, servizi al cittadino, etc…
Ecco quindi che in una simile ottica diventa basilare ragionare per zone omogenee in cui suddividere il territorio urbanizzato. Ad ogni area deve essere associata una propria specificità ed una propria congruità: una ben specifica zona della città deve avere una ben specifica funzione e soddisfare determinati standard urbanistici.
Per rendere più comprensibile il principio che sta alla base del ragionamento, in urbanistica è utile assimilare la città al corpo umano. Nel corpo umano ogni organo ha la propria funzione che non può essere modificata: prendiamo ad esempio il sangue, il cuore serve per pomparlo mentre i polmoni servono ad ossigenarlo, non si possono invertire i ruoli poiché i due organi, seppur agenti sulla medesima materia (il sangue), hanno funzionalità differenti e solo così può vivere il “corpo umano”. Allo stesso modo, per i cittadini, i quartieri artigianali servono per ospitare edifici produttivi mentre i quartieri residenziali servono per ospitare abitazioni e i servizi annessi, entrambi sono strumenti per i cittadini, ma non si devono invertire se si vuol far vivere il “corpo città” poiché hanno funzionalità ed esigenze differenti.
Oggi, nel Comune di Parma, stiamo assistendo ad un’anomalia. Il caso della Moschea di viale Campanini, nel cuore del quartiere artigianale PIP di via Mantova si sta trasformando in un pericolosissimo precedente di mala-pianificazione urbanistica. I sostantivi utili per identificare l’errore che si sta commettendo sono innumerevoli: prepotenza, arroganza, superficialità, inadeguatezza, miopia, noncuranza, ignoranza sono solo alcuni di questi. Permettere l’insediarsi della Moschea (una delle più grandi d’Italia, con una superficie di oltre 1.000 mq) in quel luogo sarebbe come costruire il Duomo di Parma nel centro dello SPIP, con la differenza che a messa non ci si andrebbe la domenica quando le aziende sono chiuse, ma il venerdì tra le 12.00 e le 15.00 quando si lotta contro il tempo per far caricare i trasportatori prima del fine settimana!
Il quartiere PIP è assolutamente inadeguato per poter ospitare una simile struttura: mancano i parcheggi, le strade sono piccole e le attività ivi insediate non sono compatibili con la tipologia dell’edificio in esame (per una miriade di motivi che non stiamo ad elencare in quanto ci interessa di più il punto di vista urbanistico) e con la professione del culto negli orari lavorativi.
Il Comune di Parma continua a fingere di non vedere ciò che è lampante, ovvero che non si tratta di intolleranza, ma di semplice inadeguatezza della posizione.
A tal proposito si sono anche già pronunciati sia il TAR che il CDS emettendo sentenze inequivocabili, basate proprio sull’impossibilità dell’inserimento di una simile attività nel contesto della zona artigianale, che hanno condannato l’operato del Comune di Parma. La Moschea di viale Campanini dovrebbe essere chiusa già da mesi, ma il Comune si sente superiore alla Legge ed addirittura modifica il RUE vigente per tentare di giustificare l’uso improprio del suolo inserendo tra le attività consentite in zona ZP3 (artigianale) anche quella di edifici ed attrezzature per il culto.
Continuando in tale direzione non si fa altro che creare un precedente, una perversa logica secondo la quale è impossibile e riprovevole ammettere di aver sbagliato, è preferibile perseverare nell’errore ed è auspicabile generare caos piuttosto che trovare una soluzione sensata ad un problema.
Il Comune ha inizialmente mal valutato l’ipotesi (sbagliata) che gli era stata sottoposta dai responsabili del Centro Islamico come soluzione del “problema Moschea”. A questo si sarebbe potuto ovviare molto semplicemente trovando una migliore ubicazione della struttura ma avendo assecondato l’errata proposta ci si trova oggi, mediante l’”effetto farfalla”, a fronteggiare qualcosa di gigantesco che potrebbe diventare addirittura un precedente di livello nazionale. A questo punto sta al Comune stesso trovare una soluzione accettabile per entrambe le parti, ma non può continuare a muoversi nella direzione in cui si è rivolto oggi: il RUE è il Regolamento Urbanistico Edilizio, uno strumento serio ed importante, non può essere un Regolamento ad Uso Emotivo da parte di chi, per capriccio, non vuol ammettere un proprio errore e pagarne le conseguenze.





Maurizio Campari 

venerdì 1 luglio 2011

Parma: l'Udc esce dalla maggioranza: presentato il gruppo consiliare

L'Udc esce formalmente dalla maggioranza che sostiene la giunta Vignali, ma in consiglio comunale valuterà caso per caso se votare le delibere che verranno proposte. Per formalizzare il passaggio, questa mattina il partito ha costituito un gruppo consiliare autonomo, presieduto da Matteo Agoletti e di cui fanno parte i consilieri Stefano Libè e Taliani. "Non si tratta di staccare la spina - ha detto l'onorevole Mauro Libè - ma di essere autonomi in consiglio, votando gli atti che saranno finalizzati a riequilibrare i conti del Comune". E ha aggiunto: "Per intendersi, le delibere di spesa non le voteremo". Sul possibile commissariamento del Comune, il deputato dell'Udc ha spiegato che "se l'Amministrazione non riesce ad andare avanti da sola, il commissariamento è dovuto". E ha rivelato che, all'indomani dello scoppio dello scandalo delle tangenti del verde, aveva consigliato al sindaco Vignali di dimettersi.

hehehehehehe !! I veri democristiani non si smentiscono mai !!

Santoro ha rotto le scatole a tutti (compresa La7)

Michele Sant’Oro ha veramente stancato tutti. Le sue manie dì protagonismo, la sua voglia di pretendere tutto senza concedere nulla, le sue imposizione del tipo “io faccio quello che voglio” incominciano a innervosire chiunque incontri sulla sua strada. E’ il caso anche della 7 che, nonostante stia diventando piu’ estremista di TeleKabul, non ce l’ha fatta a sopportare le richieste della primadonna di Annozero che evidenetemente voleva un controllo assoluto sulle eventuali trasmissioni che avrebbe portato al nuovo canale senza concedere nessuna voce in capitolo alla rete.
Ma in molti ipotizzano che siano le richieste economiche il problema: anni di stipendi milionari lo hanno abituato bene. Michele pretende e basta ma evidentemente tirare troppo la corda gli ha fatto male se alla 7 hanno deciso di interrompere le trattative. E ora Michele si ritrova disoccupato insieme ai suoi fidi Travaglio e Vauro ma pronto comunque a riciclarsi con un nuovo programma scandaloso, tipico della sua storia televisiva.

da il fazioso

Tragedia! La Annunziata lascia la “mafia” di Raitre

Ci mancherà Lucia Annunziata, ci mancherà la sua avvenenza ma anche la sua grandiosa capacità di ascoltare il suo interlocutore di turno. Ci mancheranno le sue domande pilotate a raffica e la sua necessità di zerbinarsi di fronte a politici di sinistra e di zittire in continuazione quelli di centrodestra. Ma così è e non è colpa del Berlusconi dittatore questa volta. La Annunziata lascia in aperto contrasto con la direzione di Raitre da lei definita “una mafia” dove ci sono “cose che proprio non vanno: piccole mafie, rapporti non chiari, privilegi attribuiti non secondo il merito”. Insomma beghe sinistre che hanno portato all’allontanamento di questa poco schierata giornalista. Come faremo senza di lei, la sua mezz’oretta a chi finirà? Anzi restate tranquilli, qualche nuovo programma antiberlusconiano lo trovano, sicuro che lo trovano.


da il fazioso

De Maghistris, il Mago di Oz.

Ieri ho provato una gioia immensa quando tutti i TG hanno “aperto” mostrando una Napoli finalmente pulita e tirata a lucido, senza più roghi per i vicoli, né per le strade le tonnellate di immondizia che sino a qualche giorno fa minavano la salute dei discendenti di Partenope e mortificavano i paesaggi della splendida città vesuviana. Del resto, il sindaco neo-eletto De
Magistris, napoletano verace come le vongole cornute, lo aveva preannunciato in campagna elettorale, era stato chiaro: in quattro giorni metto tutto a posto. Detto e fatto. Si vabbeh, ce ne ha impiegati cinque di giorni, uno di più del previsto, ma il leggero ritardo glielo perdoniamo volentieri mentre ci congratuliamo  per l’efficienza e la determinazione con la quale ha preso di
petto e risolto la vicenda. D’altra parte, dal migliore allievo della bottega di Mastro Antonio, dal pupillo di Duss Duss c’era da aspettarselo. E quando parliamo di Checciazzecca mica parliamo del primo che passa, ma di uno che a suo tempo ha risolto alla radice il problema della corruzione in Italia. Le cifre di Mani Pulite, una fiction popolare sponsorizzata, pare, da Manetti&Roberts e Vidal Profumi, e regolarmente trasmessa da Rai e Mediaset, parlano chiaro: delle 3200 persone indagate, 2565 furono rinviate a giudizio e tra queste poche riuscirono a scampare alla giusta condanna considerando che le sentenze passate in giudicato furono ben 156, cioè il 6% del totale degli arrestati, interrogati, messi in isolamento e ricattati negli affetti più cari.
Facendo “capovolta”, come direbbe il capo riconosciuto dei “diversi da tutti”, possiamo affermare senza tema di smentita che Mr Sintassi abbia ingiustamente ed arbitrariamente fatto mettere agli arresti, interrogato, isolato, ricattato negli affetti più cari ben (stavolta il ben è serio) 94 persone per ogni cento che ne ha indagate, e che abbia ottenuto la condanna solo di una per ogni 20 persone tartassate. Ed alle altre 19 cosa gli ha raccontato dopo? Senza dire che dei 3200 indagati, ben 630 furono riconosciuti completamente estranei ai
fatti loro contestati, e che nonostante tutto questo sconquasso perdurato per 7 anni nulla è cambiato nel sistema di tangenti e bustarelle che vige in Italia, come tante cronache anche recenti ci ricordano. Allora? Cui prodest? Questa è l’ efficienza che Amuchina ci ha regalato, e che ha lasciato in eredità al Tribunale di Milano, se è vero che il deficit di cassa per le sole
intercettazioni di quell’Assise supera i 110 milioni di €, laddove a Roma “ladrona” quella voce non raggiunge i 4 milioni €. Avendo frequentato questa scuola, è ovvio che il talentuoso De Maghistris si sia rivelato all’altezza della situazione. Certo ci sono state delle difficoltà iniziali. Ma per fortuna alla fine tutto è andato bene ed il neo-inquilino di palazzo S. Giacomo si è
perfettamente inserito nello schieramento di sinistra della politica nazionale.
D’altra parte, da uno che per sua ammissione ha per modello Berlinguer Enrico e che votava convinto per il PCI cosa potreste aspettarvi? Ed ha cominciato a fare “Il Mago di Oz”, il personaggio inventato da Baum nel ’900. Un mago che non era tale, che era un comune mortale, ma che era riuscito a confondere per qualche tempo i cittadini del Paese di Oz prima che fosse scoperto per quel ciarlatano che era.  Ha imparato presto il DeMa a fare “politica di sinistra” shakerando il solito cocktail fatto di menzogne, false promesse e di
scaricabarili. Solo adesso il neo-sindaco si è accorto che il problema dei rifiuti a Napoli è ‘na cosa grande e seria, dove inefficienze, incapacità, mancanza di programmazione, pesanti interessi della criminalità organizzata hanno prodotto una situazione  esplosiva che ogni tanto viene infatti fatta scoppiare ad arte. Ma allora se prima non sapeva ‘ste cose, di che parlava? S’è accorto che non è con la bacchetta magica che si possa risolvere il problema,
ed il Mago di Oz oggi l’unica cosa che sa fare è di chiedere l’aiuto del Premier. Beh, se pensava che dovesse essere il governo di Roma a risolvere la situazione, tanto valeva che il Comune di Napoli fosse commissariato, non gli serviva un sindaco. Ora mi chiedo, di fronte alla sua evidente incapacità di affrontare il problema in un modo qualsiasi, cosa ne sarà delle altre promesse fatte in campagna elettorale? Preso dalla foga oratoria era arrivato a programmare di erogare dalle fontanelle pubbliche acqua fresca microfiltrata e gassata (s’è dimenticato il prosecco e l’aranciata, già che c’era…), una raccolta differenziata minimo al 66 %, più nessun rifiuto, tutto riciclato a Napoli entro il 2025. Chissà il Mago di Oz che avrà previsto per Napoli entro il 2044 e poi, a più lungo termine, entro il 2099….Certo, se la partenza è questa… Cari amici napoletani, che vi devo dire? Chi è causa del suo mal….
Durante la corsa alla massima poltrona di P.zza Plebiscito ho saputo che molti di voi, per inneggiare al futuro sindaco, sono arrivati ad intonare cori “De Magistris facci sognare”. Beh, almeno in questo siete stati accontentati, e sono contenta per voi, sicurissima come sono che stiate già sognando. Sì, un nuovo sindaco…. Ma come potevate aspettarvi rose e fiori da uno che è un esponente di rilievo dell’Italia dei Dolori? Dai su, adesso non fate così. “A
da passà a nuttata…” Ciao ed ..auguri...

di Caelsius

mercoledì 29 giugno 2011

L'ambientalista Vendola fa chiudere una società che produce energie rinnovabili.

Strano ma vero, non ne parla nessuno. Lo ha accennato soltato il sito affaritaliani.it e qualche giornale locale come Il Corriere del Mezzogiorno. Eppure dalla Puglia ambientalista di Vendola è giunta una notizia anomala: la Nextwind, società che produce fonti rinnovabili, ha chiuso i battenti. Manda a casa 20 giovani laureati assunti a tempo indeterminato. Motivo? Il governo regionale non ha autorizzato i parchi eolici dopo quattro anni di paralisi. I quattro progetti di NextWind prevedevano la realizzazione di un parco eolico composto da 17 torri per un totale di 51 megawatt nelle campagne tra Martano e Zollino; altre 14 torri da 42 megawatt tra Nardò e Salice Salentino; un terzo parco di 48 megawatt tra Galatone, Sannicola, Neviano, Seclì e Tuglie e un quarto parco eolico da 33 megawatt, con 11 torri da impiantare tra Neviano e Parabita, nel Salento. Nonostante il governo regionale avesse dapprima ritenuto idonee quelle aree attraverso le norme vigenti, i progetti non sono stati neppure presi in considerazione. Attenzione: non esaminati e valutati negativamente, bensì neppure presi in considerazione!
Eppure l'azienda ha deciso di presentarli in Puglia, investendo decine di milioni di euro, proprio perché attratta dalla politica energetica di Nicola Vendola. Ma con un difetto: quello di non rientrare nella "sfera rossa" degli amici e amici degli amici del buon governatore, così attento alle energie rinnovabili e pulite tanto da "aver trapanato la Puglia di pale eoliche", come dice Vittorio Sgarbi. Con il sospetto però di infiltrazioni mafiose.
I progetti della NextWind sono stati depositati nel marzo 2007, ma per toglierli di mezzo la Giunta regionale pugliese ha fatto di tutto: dall'emanazione di una legge ad hoc, all'invenzione dell'obbligo di presentare i piani economici finanziari asseverati dalle banche prima del tempo, quando per regola si devono presentare all'ottenimento dell'autorizzazione unica. L'azienda è sempre riuscita ad ottemperare a quanto richiesto, nonostante gli ingenti impegni economici e le tempistiche che, casualmente, si riducevano.

Una domanda sorge spontanea: perché nella Puglia trapanata dalle pale eoliche (con il sospetto di infiltrazioni mafiose) una società che produce fonti rinnovabili è costretta a mandare a casa 20 giovani laureati?

Ecco il riepilogo della vicenda turbolenta Nextwind-Regione Puglia, così come l'amministratrice delegata della NextWind, Gabriella Chieffo, ha voluto raccontarla al nostro blog.
Gabriella Chieffo è ingegnere ambientale, manager energetico, imprenditrice poiché possiede il 40% della società.

"È difficile riassumere in poche parole anni e anni di duro lavoro, di notevoli sacrifici, di continue schermaglie con i Dirigenti degli Uffici Regionali preposti alla valutazione delle istanze presentate, dei loro forti soprusi e degli indiscutibili trattamenti disparitari subiti, di incalzanti e penalizzanti stravolgimenti nella normativa regionale di settore, senza lasciar trapelare la profonda amarezza che ormai ha offuscato il sogno di contribuire a raggiungere la sostenibilità ambientale della produzione di energia elettrica mediante l’utilizzo di una fonte rinnovabile quale il vento.
Proverò a farlo, con la massima obiettività.
La Nextwind è una società giovane e dinamica che da oltre sei anni opera nel settore dell’eolico nelle diverse Regioni del Centro – Sud. Una tra tante, ma con il valore aggiunto di un approccio pionieristico nella strategia di analisi dei diversi territori regionali e delle loro potenzialità eoliche.
L’acuta intuizione di valutare ex ante a livello di interi territori regionali la fattibilità della realizzazione di parchi eolici, considerando, nel pieno rispetto dell’ambiente e delle comunità locali, tutti i criteri tecnici (vento, rete elettrica, accessibilità), nelle cosiddette aree libere dai vincoli imposti dalle rispettive normative regionali vigenti ha portato la Nextwind a presentare, nello specifico in Puglia, 35 progetti per un totale di oltre 1700 MW nel lontano 30 marzo 2007 (in pieno regime transitorio ai sensi del R.R. n. 16/2006).
Naturalmente, in pieno accordo con la normativa regionale vigente all’atto della presentazione delle istanze, per ciascuno dei 35 progetti presentati al Servizio Ecologia della Regione Puglia per la Verifica di assoggettabilità a V.I.A. è stata attivata, nei termini e nelle modalità previste, la relativa procedura di Autorizzazione Unica ai sensi del D. Lgs. n. 387/2003 presso il Servizio Attività Produttive.
Nel cospicuo numero di MW presentati va rinvenuta la grave “colpa” sempre e comunque imputata alla Nextwind da parte dei Funzionari Regionali: l’ambizioso disegno di realizzare così tanti parchi eolici distribuiti nei vari Comuni delle diverse Province pugliesi.
La piena compatibilità di ognuna delle iniziative con i restrittivi criteri imposti dall’allora vigente Regolamento Regionale n. 16/2006 è stata fin da principio considerata un dettaglio trascurabile in virtù di una presunta scarsa qualità progettuale illegittimamente associata al notevole numero di iniziative presentate.
In virtù di tale infondato pregiudizio, nel corso degli ultimi quattro anni, siamo stati testimoni dei più svariati trattamenti serbati a società concorrenti dall’Autorità Competente al rilascio della compatibilità ambientale: a dispetto della statistica e di ogni ragionevole applicazione della normativa regionale vigente sono state valutate istanze di terzi presentate successivamente alle nostre, sono state valutate positivamente iniziative ubicate nelle medesime aree invocando una presunta priorità cronologica (chiaramente mai applicata alle iniziative della Nextwind), sono state valutate più istanze della medesima società con esiti positivi... ma nessuna istanza della Nextwind è stata valutata!
Allo scopo di fornire nelle sedi opportune la prova dei fatti sopra contestati abbiamo certosinamente analizzato tutte le Determinazioni pubblicate sui Bollettini Ufficiali della Regione Puglia degli ultimi cinque anni evidenziando per ciascuna di esse le “singolarità” più eclatanti nella discrezionale, oserei dire casuale, applicazione della normativa vigente.
Nel tempo abbiamo addirittura assistito all’emanazione di disposizioni regionali ad hoc per noi, ovviamente contro di noi, e ad improbabili interpretazioni ed applicazioni delle stesse come ad esempio la richiesta di garanzie bancarie e di piani finanziari asseverati prodromica alla convocazione delle conferenze di servizi (L.R. n. 31/2008, art. 4 comma 1) in esclusiva per noi da intendersi prodromica all’attivazione della procedura di Autorizzazione Unica e da allegare alla documentazione progettuale, con largo anticipo rispetto alla convocazione delle Conferenze di Servizi.
Di ben 35 progetti, in quattro anni, nessuno è stato valutato, a prescindere dagli esiti, dal Servizio Ecologia della Regione Puglia spontaneamente.
Solo a seguito di tre ricorsi ai competenti Tribunali Amministrativi Regionali con esiti favorevoli, la Nextwind ha visto cessare l’inerzia della Regione Puglia che ha finalmente convocato tre Conferenze di Servizi ai sensi del D. Lgs. n. 387/2003 svoltesi ad aprile del 2010 per tre progetti ricadenti in Comuni della Provincia di Lecce per un totale di 132 MW.
Sul fronte del Servizio Ecologia tali ricorsi non hanno sortito gli esiti attesi in base a valutazioni puramente tecniche. Infatti, se è vero che da un lato una valutazione c’è stata è anche vero che tale valutazione ha avuto per effetto, senza alcun fondamento tecnico, la richiesta di una procedura di V.I.A. attivata quasi un anno fa.
Nel persistere di una posizione di totale preclusione nei confronti della Nextwind e delle sue iniziative, le procedure di V.I.A. strumentalmente richieste e regolarmente attivate, allo stato attuale, risultano in procinto di concludersi in maniera negativa dal momento che il Servizio Ecologia, ai sensi dell’art. 10 bis della L. n. 241/90 e s.m.i. ha già dato preavviso di parere sfavorevole.
Sfruttando la scia e il medesimo riferimento normativo, anche l’Ufficio Energia ha preannunciato a sua volta, sulla base del preavviso del Servizio Ecologia, esito negativo in un farraginoso circolo vizioso davvero singolare.
Una ulteriore istanza della Nextwind è stata valutata dal Servizio Ecologia a seguito di un ricorso attivato da una società concorrente che ha portato ad una valutazione congiunta di tutte le istanze presentate nel medesimo Comune: anche in questo caso la Nextwind ha ottenuto su presupposti pretestuosi l’obbligo di una procedura di V.I.A. attivata due anni fa e non ancora conclusa.
Sempre a seguito di una sentenza favorevole del TAR Lecce ottenuto a seguito di un ricorso contro il silenzio serbato dalla Regione Puglia, una ulteriore istanza è stata valutata: l’esito? Naturalmente da assoggettare a V.I.A. su basi decisamente pretestuose. Ovviamente la Nextwind ha puntualmente attivato la procedura richiesta ma senza alcun dubbio sugli esiti in attesa di espressione.
È oggettiva l’inerzia della Regione Puglia nei confronti delle iniziative de quibus e soprattutto la reazione dei Dirigenti degli Uffici preposti alle valutazioni alle sentenze favorevoli dei TAR aditi a riprova di una pregiudizievole condotta del Servizio Ecologia nei confronti della Nextwind.
Ben più sottile è la comprensione del danno subito.
Infatti, stanti gli ambiziosi obiettivi della Nextwind, alimentati da un solido know-how tecnico e normativo, nel corso del tempo è stata necessaria, proprio per il protrarsi dei tempi di valutazione da parte dell’Autorità Competente, la presenza di un Partner Industriale.
Nel 2008 la Nextwind è quindi diventata, a seguito di un accordo di Joint Venture con l’allora Airtricity successivamente acquisita dalla Scottish and Southern Energy, società leader nella produzione e distribuzione di energia a livello mondiale, quotata alla Borsa di Londra, la piattaforma per la realizzazione in Italia (in Puglia in particolare) di un notevole portfolio di progetti di impianti eolici.
Dopo quattro anni di silenzio della Regione Puglia, il nostro Socio, stante l’incomprensibile attesa nella finalizzazione dei procedimenti debitamente attivati e sottoposti a dettagliate due diligence che ne hanno comprovato l’ineccepibilità, ha deciso di lasciare il mercato italiano con gli immaginabili effetti sulla Nextwind in procinto di chiudere per razionale abbandono di quella che di fatto si è rivelata una lotta contro i mulini a vento…
Se anche una semplice campagna di sensibilizzazione quale Lecce2080 promossa da Nextwind per evidenti motivi sociali, senza alcun fine di lucro diretto o indiretto, è addirittura approdata in Parlamento con una strumentale e travisata interrogazione circa la legittimità dell’operato di una società rea soltanto di una strutturata compagine societaria e della propria ribellione ad un sistema politico malato, appare evidente che l’accanimento della Sinistra nei nostri riguardi è a dir poco disdicevole.
Per non parlare, poi, di un altro cruciale aspetto derivante dall’inerzia della Regione Puglia: i continui cambiamenti a livello normativo regionale sfociati nella recente emanazione delle Linee Guida Regionali di recepimento del Decreto del Ministero per lo Sviluppo Economico del 10 settembre 2010 (R.R. n. 24/2010) e dell’Approvazione della Disciplina del procedimento unico di autorizzazione alla realizzazione ed all’esercizio di impianti di produzione di energia elettrica (D.G.R. 3029/2010) che in maniera confusa e reciprocamente incoerente addirittura potrebbero portare alla necessità di riformulare completamente e in tempi brevissimi la progettazione di ciascuna delle istanze, comprese quelle in Conferenza di Servizi, presentate nel lontano marzo 2007, in perfetta rispondenza con la normativa allora vigente, pena la loro decadenza!
Oltre al danno, la beffa.
In aggiunta agli innumerevoli ricorsi pendenti presso i competenti Tribunali Amministrativi Regionali e in fase di presentazione per cospicui risarcimenti da parte della Regione Puglia dei danni subiti e subendi, soltanto un intervento dall’alto potrebbe portare a far luce su una vicenda a dir poco oscura e fumosa come quella della Nextwind nella Regione Puglia al fine di ottenere semplicemente delle valutazioni oggettive basate esclusivamente su criteri tecnici.
La trasparenza era l’unica richiesta della Nextwind. Null’altro. E forse a valle degli esiti della campagna Lecce2080, fortunatamente limitati e riconducibili ai “soliti” interessi politici e politicizzati, neanche quello.

Gabriella Chieffo".

La verità sarà raccontata giorno per giorno sul "diario di bordo" del sitohttp://www.lecce2080.it/.

Ecco come Vendola aziona la sua macchina del fango.

Confesso che non me l’aspettavo. Non potevo immaginare che la macchina del fango – azionata con spregiudicatezza staliniana proprio da chi, mentre la mette in moto, se ne lamenta e ne fa un copione per programmi tv “democratici” – potesse colpire persino durante un interrogatorio davanti a un magistrato, mentre si cerca di far luce su fatti delicati e incresciosi come quelli che da tempo caratterizzano il business della sanità e dei rifiuti in Puglia.
E invece è accaduto proprio l’impensabile.
In questo documento
l'interrogatorio reso da Vendola al pm Digeronimo il 6 luglio 2009, chiunque può rendersi conto, finalmente, di cosa parliamo, quando parliamo di macchina del fango, di chi la aziona e perché.
Mentre sfugge come un’anguilla alle domande del pm, ecco che a un certo punto, senza alcun apparente motivo, Nicola Vendola mette in moto la nota macchina, di cui dimostra d’essere esperto conduttore.
Rispondendo alle domande del pm sulle porcherie della “Puglia migliore” in tema di rifiuti esanità, Nicola Vendola dice: “…ero anche spaventato perché il noto diffamatore professionale Carlo Vulpio, all’epoca cronista sul Corriere della Sera, aveva dedicato molteplici articoli alla mia persona, mettendoli in relazione a vicende legate all’organizzazione illecita del ciclo dei rifiuti, e al centro di questa cosa c’era… uno degli oggetti di questo argomento era la Tradeco. Quindi…”.
Ora, io non so cosa cos’abbia spinto questo signore, meglio: questo ciarlatano, a diffamarmi più volte, in maniera tanto evidente e tanto arrogante. Di certo so che non devono essergli andati a genio alcuni miei articoli di giornalista libero.
Per esempio, questi articoli:
Sono servizi giornalistici che mai hanno ricevuto dagli interessati una rettifica o una smentita. E men che mai sono stati fatti oggetto di querela. Al contrario, si tratta di articoli, diciamo così, “premonitori” di ciò che – ancora timidamente – si sta dipanando oggi sotto i nostri occhi.
Ci sono le discariche, ci sono le cliniche, ci sono i soldi – per esempio i 100 miliardi di lireannui fatturati dalle Ccr (Case di Cura riunite) in convenzione con la Regione Puglia e i circa100 milioni di euro fatturati allo stesso titolo, ma in nome del “cambiamento” si capisce, dalla subentrante Cbh (Città di Bari hospital) -, e poi c’è il “passaggio” mai sufficientemente chiarito dalla Ccr alla Cbh, e ci sono tutti i protagonisti di allora e di oggi nelle loro diverse vesti, tra i quali Onofrio Introna (allora membro del collegio sindacale di Cbh spa e oggi presidente del Consiglio regionale), Alberto Maritati (allora pm nel processo alle Ccr e oggi senatore Pd), fino a Francesco Boccia (allora commissario nominato dal ministero dell’Industria per evitare il fallimento delle Ccr e oggi deputato Pd) e, appunto, Nicola Vendola. Il quale, ieri come oggi, di queste vicende ha sempre saputo tutto. Così come sapeva tutto di Alberto Tedesco, del suo ruolo nel “sistema criminale” della sanità pugliese che ruotava attorno a Francesco Cavallari(alla fine, l’unico condannato), dei suoi conflitti di interesse e del suo rapporto privilegiato con l’azienda di raccolta e smaltimento di rifiuti oggi al centro di diversi filoni d’inchiesta (leggeteli con attenzione, gli articoli che vi ho proposto).
Eppure, Vendola non trova di meglio da fare che definirmi “noto diffamatore professionale”. Si vergogni. Quest’uomo è davvero un ciarlatano, cattivo e pericoloso. Da parte mia, non ho potuto fare altro che dare incarico ai miei avvocati di querelarlo e citarlo ai danni. Ma poiché il ciarlatano non è nuovo a massicci spargimenti di fango, e poiché i magistrati riescono a proporlo per l’archiviazione anche quando contestualmente ne affermano la condotta gravemente diffamatoria [come ha fatto l’ex procuratore di Bari, Emilio Marzano, quando ho querelato Vendola per avermi egli indicato, in tv e sui giornali, come il responsabile morale (!) di una finta bomba trovata sul litorale di Brindisi e a lui indirizzata con un biglietto di protesta], poiché – dicevo – non è difficile prevedere contorsionismi giudiziari che anche questa volta tutelino il “nuovo”, il “buono”, il “mite” Vendola, ecco, spero davvero che ci sia un giudice a Berlino, cioè a Bari. Che è il foro competente per queste vicende, ma è anche, voglio ricordarlo, assieme aRoma, uno dei luoghi dal quale partirono le telefonate di Vendola alla direzione del Corriere della Sera, che è tutt’ora il mio giornale, affinché non mi occupassi più di lui.
Vendola, oggi lo capisco meglio, leggendo questo interrogatorio e l’ordinanza del gip di Bari (http://carlovulpio.files.wordpress.com/2011/03/ordinanza-gip-bari-sanitc3a0-1-120.pdf,http://carlovulpio.files.wordpress.com/2011/03/ordinanza-gip-bari-sanitc3a0-121-244.pdf,http://carlovulpio.files.wordpress.com/2011/03/ordinanza-gip-bari-sanitc3a0-245-315.pdf,http://carlovulpio.files.wordpress.com/2011/03/ordinanza-gip-bari-sanitc3a0-316-fine.pdf), ha capito subito che il mio lavoro pulito metteva in gioco fortissimi interessi e così ha inteso farmi fuori professionalmente, senza curarsi della possibilità concreta che potessi essere fatto fuori anche fisicamente. Lo ripeto: si vergogni. Ma con lui debbono vergognarsi anche tutti coloro che in tutto questo tempo, pur sapendo bene ogni cosa, lo hanno tuttavia sostenuto e ospitato in tv e ne hanno scritto sui giornali omaggiandolo, vezzeggiandolo, osannandolo, o semplicemente lasciandogli dire qualunque cosa senza fargli una sola domanda vera. E che oggi, con un bel doppio salto mortale tipico dei “furbi più furbi” lo criticano un po’. Ma senza esagerare. Moderatamente e democraticamente. E ricordando che c’è sempre Berlusconi da “abbattere”, caso mai ce lo fossimo dimenticato… Mezzeseghe.
Articolo di Carlo Vulpio pubblicato sul blog del giornalista in data 1 marzo 2011

martedì 28 giugno 2011

Come mai, presidente Errani, le inchieste che coinvolgono i suoi avversari debbono arrivare ad una soluzione e, invece, quelle che riguardano suo fratello no?'

A seguito della vicenda che ha visto l'arresto di undici persone a Parma tra le quali il Comandante della Polizia Municipale, vi sono stati naturalmente vari interventi di leader politici locali e nazionali. Tra questi ho notato con particolare disgusto quello del Presidente della Regione Vasco Errani. Egli, scandalizzato dall'accaduto, ha auspicato un'indagine completa sulla brutta storia che ha turbato l'estate parmigiana. E' giusto, siamo d'accordo tutti.

Vorrei tuttavia ricordare ai lettori che in tempi recenti, Giovanni Errani, fratello di Vasco Errani, fu  indagato dalla Procura di Bologna per finanziamenti alla cooperativa agricola Terremerse di Bagnacavallo (Ravenna), da lui presieduta fino al gennaio 2010. L'inchiesta è nata dopo un articolo dello scorso ottobre del quotidiano ‘Il Giornale’, che aveva ipotizzato abusi e irregolarità nella concessione  da parte della Regione di un finanziamento da un milione di euro per la costruzione di un nuovo stabilimento. Il Pm  ipotizzò reati che vanno dalla truffa aggravata all’abuso d’ufficio a carico di alcuni funzionari regionali.

Sapete com'è, nacquero sospetti legittimi sul fatto che il fratello di un Governatore riceva un milioncino dalla Regione. Io un paio di miliardi di vecchie lire da mio fratello non li ho mai ricevuti... 

Esponenti del Pdl chiesero di istituire una commissione d’inchiesta per verificare la regolarità della procedura, ma la richiesta fu respinta. Come mai, presidente Errani, le inchieste che coinvolgono i suoi avversari debbono arrivare ad una soluzione e, invece, quelle che riguardano suo fratello no?

Marco Chierici 

lunedì 27 giugno 2011

Aurora Lussana rilascia un'intervista al nostro blog dopo l'aggressione subita.

Un agguato immotivato da parte dei soliti noti della sinistra antagonista bresciana. Ecco come Aurora Lussana, direttrice di Telepadania, racconta l'aggressione subita a Brescia: "Innanzitutto è davvero incomprensibile come si possa dare credito alla cosiddetta contro-informazione della sinistra, secondo la quale io sarei una kamikaze tale da recarmi in una piazza piena di immigrati e proferire insulti razziali a tutti. Secondo alcuni blog e siti di sinistra io avrei provocato, insultato, urlato epiteti razzisti al cospetto di immigrati in corteo. Niente di più falso, non è nel mio stile e non ho la vocazione della kamikaze. In realtà con gli immigrati non c'è stato alcun problema, sono pure riuscita ad intervistarne qualcuno assieme alla mia troupe: abbiamo chiesto cosa stesse accadendo e qualche informazione sul marocchino che si è arrampicato sul tetto di Palazzo della Loggia". Tutto tranquillo, se non fosse per i centri sociali presenti in piazza assieme ai migranti: "Ad un certo punto una ragazza dell' "Associazione diritti per tutti" (ma non dei leghisti, probabilmente n.d.r) si è avvicinato e ha chiesto chi fossimo, cosa volessimo, quale fosse il motivo della nostra presenza. Appena ha sentito "Telepadania" ha cominciato ad urlare che la nostra presenza non era gradita, che eravamo dei provocatori per il semplice fatto di trovarci lì, che dovevamo andarcene. L'aria stava cominciando a diventare pesante, volavano insulti, a quel punto abbiamo deciso di togliere il disturbo. Peccato che il tam tam sulla nostra presenza ormai stava circolando". Una notizia che è girata in fretta, troppo in fretta: "Tempo tre minuti e si sono avvicinati a noi persone che non avevo mai conosciuto prima, anche perché io non sono di Brescia. Alcuni, però, erano dei pezzi grossi della sinistra locale. Quando ho visto degli individui berciare contro le due ragazzine che erano con me (la collobaratrice di Brescia di Telepadania, Camilla Vanaria, e l'assessore alla sicurezza di Gambara, Eva Lorenzoni n.d.r) ho deciso di mettere l'i-phone in modalità video e provare a fare qualche ripresa. Peccato che il mio i-phone sia stato scaraventato a terra. A quel punto, probabilmente sbagliando, mi sono chinata per raccoglierlo, e mi è arrivato un gancio in pieno mento da parte di una donna, un colpo che lì per lì mi ha completamente stordita. Sono rimasta a terra e ho notato che quasi tutta la piazza mi è venuta intorno. Ho seriamente pensato al linciaggio, ma per fortuna è intervenuta la Digos, che ci ha letteralmente salvate". Aurora Lussana ha rifiutato il ricovero ed è stata medicata dallo staff di medici presenti sul posto con un’ambulanza: le hanno riscontrato un trauma causato dal pugno ricevuto alla mandibola sinistra. Le tre donne si sono poi recate in Questura per denunciare l’episodio. Ora la giornalista sta bene, anche se racconta "Fino a ieri avevo dolore, da due giorni ho la nausea. Ma quello che mi stupisce di più è la cultura della violenza della sinistra antagonista, una cultura che a noi non appartiene. Sono dei veri e propri professionisti della violenza. Partecipo a manifestazioni da quando ho 14 anni, ci sta tutto, è giusto accettare contestazioni, anche sputi, persino scontri durante i cortei. In quella piazza, però, mi sentivo tranquilla. Anche perché non stavo facendo nulla di male. Mi hanno detto che sono stata io la provocatrice, in realtà sarei disposta ad andare ad intervistare le persone che mi hanno aggredito. Voglio vedere se mi accolgono, visto che loro sono i tolleranti o io la provocatrice. Solo perché sono di Telepadania sarei una provocatrice?". Un bel coraggio, voler intervistare gli aggressori, d'altra parte Aurora Lussana difficilmente si fa intimidire: "Metto la mia faccia tutte le sere su Telepadania. E il 9 luglio tornerò a Brescia, in occasione di una manifestazione della Lega".
 di Riccardo Ghezzi

Libia: ma è “Guerra Santa” ?

Non so a voi, ma a me quello che stiamo facendo in Libia mi convince poco e mi
piace di meno, anzi non mi piace per niente. E dico subito, in modo chiaro,
senza peli sulla lingua, né oziosi giri di parole che, se fosse stato per me, l’
Italia  non avrebbe né firmato le 2 Risoluzioni dell’ONU, né tanto meno
concesso l’uso delle basi per l’attacco a quel Paese. Dal mio defilato punto di
osservazione noto che negli USA i Repubblicani si son mostrati contrari all’
intervento sin dalla prima ora, mentre i Democratici erano incerti, titubanti,
parzialmente  possibilisti. Ma appena è apparso chiaro a tutti di come stanno
realmente le cose, ecco che anche il partito del Presidente si è defilato, e
addirittura hanno preso le distanze da lui il New York Times ed il Washington
Post, i cui redattori hanno l’effigie di Barack Obama e slogan in suo favore
stampati sulla biancheria intima. Al confronto Emilio Fede fa la figura di un
ingenuo dilettante….Il Presidente è rimasto solo, vaso di coccio tra quelli di
ferro costituiti dall’opinione pubblica americana, assolutamente schierata
contro ogni ulteriore coinvolgimento USA in missioni di guerra “umanitarie”, ed
i suoi alleati Nato, che invece hanno spinto, anche se in modo molto
disordinato,  per “salvare” la Libia dalla “follia sanguinaria” di Gheddafi.
Per non dispiacere gli alleati, Obama ha rischiato di ritrovarsi pure con l’
accusa di aver violato la Costituzione, che impedisce al Presidente di
implementare atti di guerra senza il preventivo consenso del Congresso, a meno
di un attacco diretto al Paese. Neanche dopo il proditorio ed esecrabile
attacco subito a Pearl Harbour il 7 dicembre del 1941, con cui fu distrutta l’
intera flotta del Pacifico ed uccisi 3000 giovani americani, l’allora
presidente Roosevelt si azzardò a dichiarare guerra al Giappone senza l’
appoggio del Congresso. E non mi pare che, pur con tutte le nefandezze di cui
può essersi reso protagonista, il Colonnello possa averne combinata una peggio
di quella agli Stati Uniti, tanto da giustificarne un attacco di ritorsione.
Siamo di fronte al fatto che, per la prima volta nella storia moderna, gli
Stati Uniti hanno rinunciato ad assumere quel ruolo di “gendarme del mondo” che
sempre hanno rivendicato in ogni crisi internazionale grave, dalla guerra in
Corea all’Afghanistan, da Cuba, al Vietnam ed  all’Iraq. Se è successo, un
motivo ci dovrà pure essere. Io sono l’ultima al mondo a poter sparare
sentenze: non ho né l’esperienza, né l’autorevolezza per farlo. Ma so guardarmi
intorno e valutare quello che vedo. E allora vedo una serie di fatti che mi
fanno pensare: che il primo bombardamento francese è avvenuto a pochi minuti,
non ad ore, dalla delibera delle Nazioni Unite; che in Libia era in corso un
regolamento di conti tra il Colonnello e due ex ministri del suo governo; che
nei mesi scorsi strani personaggi dell’intelligence francese si affannavano a
rassicurare esponenti della Cirenaica circa l’appoggio internazionale in caso
di rivolta contro Gheddafi; che queste manovre avevano interferito con le
attività dell’Eni e di Impregilo in quel Paese; che la Total da sempre sogna di
entrare nel ricco mercato del Maghreb che è il giardino sottocasa quasi
esclusivo dell’Italia……Io non so molto della Libia. Giusto cent’anni fa, nel
1911, in Italia si cantava “Tripoli bel suol d’amor….”, ma io sono arrivata
tardi a quell’appuntamento, 83 anni dopo, ed ho ufficialmente acquisito l’uso
della ragione solo dieci anni fa. Però qualcosa so e quel poco che conosco può
aiutarmi a capire. La Libia, come molti stati africani, nasce sulla carta con
una determinazione delle Nazioni Unite che, con un trattato del 1947, riunifica
in un solo Paese la Cirenaica, la Tripolitania ed il Fezzan. Sulla carta, senza
la minima considerazione delle conseguenze che questa decisione, presa sulla
pelle e senza nessun consenso di quelli che la subivano, avrebbe potuto
comportare.  Nel 1951, la Libia si affranca dall’amministrazione francese ed
inglese ed acquisisce l’indipendenza sotto la monarchia costituzionale
ereditaria di re Idris. Nel 1969, con un sanguinoso colpo di stato militare, il
colonnello Gheddafi esautora re Idris, prende il potere e fa quello che tutti i
dittatori fanno: assume il controllo economico e politico del Paese. Ammette un
unico partito, il suo, controlla gli organi di stampa, la radio, la TV, le
banche, l’economia ed i flussi  commerciali, traendone benefici personali e per
i suoi collaboratori più fidati. Aumenta le spese militari, crea un corpo di
polizia segreta, con spie e collaboratori a controllare tutto e tutti,
assoggetta i tribunali alla sua politica, non dà tregua a dissenzienti ed
oppositori che cerca di isolare od eliminare. Ma questo tutti lo sapevano, e
nessuno ha mai sollevato proteste contro questo stato di fatto. Preso da smanie
di grandezza, dapprima Gheddafi tenta di creare una nazione Pan-Araba  che
comprendesse tutti gli stati dall’Egitto al Marocco, ovviamente con lui
presidente, poi la sua deriva rivoluzionaria lo porterà su posizioni
oltranziste contro l’Occidente, contigue al terrorismo islamico. Nel 1986 spara
un paio di missili verso Lampedusa e per ritorsione viene  bombardato dai
caccia USA (crisi del Golfo della Sirte). Gli aerei USAF tentarono addirittura
il colpaccio di eliminare il dittatore colpendone la tenda nel deserto.
Purtroppo, quell’incursione fece una vittima innocente, l’incolpevole figlia
del Colonnello, il quale invece si salvò. Allora circolarono voci che fu
Bettino Craxi ad avvisarlo dell’imminente attacco, guadagnandosi così l’eterna
riconoscenza del Raiss. Ma di questo fatto non ho la possibilità di trovare
conferme, almeno sino a quando il senatore a vita Giulio Andreotti rifiuterà di
concedermi udienza per mettermi a parte dei suoi segreti. Nel suo delirio
antioccidentale, Gheddafi organizzò e sostenne l’attentato del 1988 a
Lockerbie, Scozia, dove un aereo di linea della Pan-Am fu abbattuto da un
missile terrorista  causando la morte delle 270 persone innocenti che erano a
bordo. Il fatto suscitò enorme impressione ed unanime condanna e l’ONU decise
di imporre alla Libia l’embargo delle merci, poi mantenuto sino alla consegna
dei responsabili (1999) ed alla assunzione della piena responsabilità civile
nei confronti delle vittime (2003).  Ora dico io, se c’era un momento in cui
uno poteva e doveva attaccare la Libia per fare un’azione tipo Desert Storm per
catturare, processare, ammazzare, fate voi, il Colonnello era quello!! Ma
niente, tutti buoni e tutti zitti. Poi succede che, come Saul sulla strada di
Damasco, improvvisamente il Colonnello viene folgorato da una intuizione e si
ravvede. Ed a partire dalla seconda metà degli anni ’90 si impegna in un lento,
ma continuo processo di recupero di posizioni e di riavvicinamento all’
Occidente. In questa fase è decisivo l’atteggiamento dell’Italia che fornisce a
Gheddafi una sorta di “copertura”, una patente di credibilità che garantisce
gli alleati europei e la Nato circa la sincerità e la bontà degli intendimenti
del Governo libico. Gheddafi comincia a dimostrare la sua buona volontà nel
risolvere il contenzioso col nostro Paese. La questione è nota: il Colonnello
rivendicava un astruso risarcimento dei danni di guerra causati dall’Italia
alla Libia durante la fase coloniale. Ora su questo aveva qualche ragione,
perchè il contenzioso era stato formalmente chiuso in sede ONU nel 1950, ma in
modo non certo vantaggioso per la Libia. Ma anche ciò considerando, le sue
pretese erano pretestuose ed irragionevoli. Tra l’altro, a differenza di altri
paesi come la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, la Germania che hanno attuato
un colonialismo ”feroce” con il saccheggio, la spoliazione sistematica, la dura
sottomissione delle proprie colonie, il colonialismo italiano in Libia è stato,
se non all’acqua di rose, quanto meno molto “sui generis”. Quel Paese è sempre
stato considerato una naturale continuazione del territorio italiano, l’altra
sponda del Mare Nostrum, e come tale trattato. Là abbiamo investito molto ed in
tutti i modi: strade, ospedali, scuole, interi quartieri residenziali di
Tripoli ad immagine e somiglianza di quelli realizzati a Roma, abbiamo
bonificato, abbiamo strappato regioni al deserto portandovi l’acqua ed avviando
la pratica di remunerative attività agricole. Quindi se si doveva soppesare il
comportamento dell’Italia andava fatto considerando i due piatti della
bilancia. Un’improvvisa quanto inaspettata ragionevolezza mostrata dal
Colonnello portò al trattato Dini-Mountasser del 1998. Per accelerare la
riconciliazione tra i due paesi si concordò persino di attuare un gesto
piccolo, ma di grande valore simbolico : la costruzione di un ospedale
oncologico in Libia completamente finanziato dall’Italia. A seguito di varie
iniziative bilaterali per la cooperazione economica e culturale, finalmente nel
2004 Gheddafi dichiara che da allora in poi il 7 ottobre di ogni anno sarebbe
stato non più il Giorno della Vendetta, ma il Giorno dell’Amicizia con l’
Italia. Poi il resto è storia recente. Col trattato di Bengasi del 2008 si
creano i presupposti per importanti contratti per la fornitura di gas e
petrolio (ENI), per la costruzione di grandi manufatti (Impregilo), un compenso
di 5 miliardi $  per le operazioni di controllo e filtraggio dell’immigrazione
clandestina, la possibilità di avviare cooperative di pesca italo-libiche, ed
altre iniziative proiettate nel futuro. Nel 2009 Berlusconi e Gheddafi si sono
scambiati visite di stato, addirittura poi il Colonnello ha partecipato al G8
dell’Aquila come presidente dell’Unione Africana. E c’erano tutti là, quelli
che adesso bombardano, ma tutti zitti. In tutto questo a nessuno è mai venuto
in mente di porre la questione dei diritti civili in Libia, nonostante le
proteste sollevate da molte parti e le dure contestazioni cui è stato
sottoposto il Colonnello durante le sue permanenze nel nostro Paese. Basti
ricordare la cagnara con cui gli studenti lo accolsero all’Università La
Sapienza di Roma, tra i quali, accodandosi a fratello e sorella, si era
infiltrata anche la sottoscritta, seconda ginnasio… Ma non ditelo in giro….
Quante occasioni ci sono state per parlare a quattr’occhi con Gheddafi? Tante,
ma è sempre prevalso un atteggiamento che loro definiscono pragmatico, io
invece opportunista e faccendiero, secondo il principio che gli affari si fanno
meglio e più rapidamente se l’interlocutore è uno solo, e “chi se ne frega poi
di quello che fa a casa sua”. C’era la possibilità di fare un bel pacchetto di
tutti i problemi aperti con la Libia e risolverli tutti insieme quando il
nostro potere contrattuale era forte, quando avevamo il coltello dalla parte
del manico. Si sapeva che la Libia è solo un’espressione geografica, che in
realtà tre Paesi distinti erano tenuti insieme con la forza ed il terrore.
Tutti sapevano che prima o poi si sarebbe ripetuta la Jugoslavia, che non
sempre gli eventi hanno la bontà di attendere la morte del dittatore, in quel
caso il Maresciallo Tito, per scatenarsi. Potevamo noi per primi, dico noi
italiani, proporci per un’iniziativa di mediazione, magari prospettando la
creazione di una federazione di tre stati con ampia autonomia, una soluzione
che poteva essere accettabile ed utile nell’ottica di evitare una sanguinosa
faida di potere. Una soluzione inevitabile che, almeno per il momento, avrebbe
fatto contenti Cirenaica e Fazzan, e non scontentato troppo Gheddafi. Niente.
Ora in Libia è semplicemente successo che si è scatenata una guerra civile da
sempre latente in quella regione del Maghreb. E’ successo che due ex ministri
del Governo libico, pienamente coinvolti in tutte le nefandezze e le atrocità
perpetrate da quel regime, e con le mani non meno macchiate di sangue di quelle
del Colonnello, abbiano deciso di mettersi in proprio, di abbandonare il loro
ex datore di lavoro, di sputare nel piatto in cui hanno mangiato per cavalcare
la tigre del separatismo cirenaico. Si sono preparati la strada, hanno ricevuto
appoggi ed incoraggiamenti a livello internazionale, ed hanno colto l’occasione
di una spontanea protesta popolare a favore dell’avvocato dei dissidenti per
scatenare l’inferno. Se ora a Gheddafi gli sparano addosso, io non mi
meraviglio troppo della sua reazione. Se noi cominciamo a bombardarlo e con una
disastrosa condotta mediatica ed un demoralizzante pressappochismo diplomatico
gli mandiamo a dire che lo vogliamo prendere, lo vogliamo processare, meglio
ancora se ci riusciamo lo vogliamo ammazzare, e che la Libia la vogliamo dare
ad altri, come volete che reagisca quello? Ma i francesi non aspettavano altro
e si sono scatenati in attacchi criminali con la connivenza della NATO. Si,
criminali, perché se insistono a dire che lo fanno per “scopi umanitari” e per
ristabilire i diritti civili della gente di Libia, allora con la stessa logica,
le stesse argomentazioni e gli stessi obiettivi mi aspetto che da qui a qualche
ora Sarkozy attacchi la Cina, l’Iran, la Corea del Nord, l’Arabia Saudita, l’
Oman, lo Yemen, il Burma, il Brunei, l’Indonesia, il Sudan, la Siria, nonché il
Texas, lo Utah e gli altri stati USA che si rifiutano di abolire la pena di
morte. E pure l’Austria e la Repubblica di S. Marino che non hanno ancora
provveduto a regolarizzare i propri rapporti diplomatici dalla fine del
conflitto del 1915-18. Di fatto, con l’intervento ci siamo schierati contro
Gheddafi, ma non per liberare il popolo libico dalla dittatura, ma solo per
consegnarlo ad un’altra dittatura, che magari è pure peggio di quell’altra, e
non prima di avere seminato morte e distruzione ed aver sconquassato l’ordine
sociale del Paese. Li sento i piagnistei, le scuse, i distinguo, le ipocrisie
pure di quelli che fanno la marcia ad Assisi portandosi dietro la TV di stato:
“ma Gheddafi fa sfracelli tra la popolazione civile……lo dobbiamo fermare,
salvare la vita di tanti innocenti….” E’ risaputo che una precauzione da sempre
scrupolosamente seguita da tutti i dittatori degni di questo nome è quella di
porre gli obiettivi sensibili il più possibile in aree affollate dei centri
abitati, in mezzo alla popolazione. Questo è un formidabile deterrente contro
gli attacchi esterni, per condurre i quali si devono mettere in conto gravi
perdite tra civili inermi ed innocenti. Le bombe ed i proiettili sparati dagli
“insorti” non fanno meno danni di quelli sparati dai “regolari”. E le bombe dei
francesi, quando scoppiano fanno stragi di civili. Questa è l’ennesima guerra
criminale ipocritamente definita giusta, santa, umanitaria!!! La verità è che
le guerre sono tutte ingiuste, stragiste e disumane, specialmente quelle
attuate alla Play Station con gli aerei invisibili ai radar, con i missili
Cruise intelligenti pilotati in automatico con controllo satellitare, senza una
doverosa e  preventiva protezione delle popolazioni civili e scrutando gli
effetti dei bombardamenti su maxi-monitor, mentre si sorseggiano coppe di
champagne millesimato, rigorosamente servito a non più di 5,8 gradi Celsius.
Diverso è quello che fanno i nostri ragazzi in Iraq ed Afghanistan. Lì stanno
in mezzo alla gente dalla quale sono benvoluti. I nostri Carabinieri, gli
alpini della Julia, i nostri soldati agiscono a favore e nell’interesse della
popolazione civile. Pattugliano le strade, cercano di proteggere le scuole, i
mercati, le moschee, gli uffici, erigono ospedali dove curano ed operano tutti
quelli che possono. A rischio costante della propria vita come le cronache ci
hanno purtroppo troppe volte ricordato. Lì si offre la propria vita per salvare
quella di gente che manco si conosce. La guerra in Libia serve solo a
sostituire l’Agip con la Total. Bene ha fatto Berlusconi a tenersi da parte, a
riservarsi la possibilità di un intervento di mediazione. Ma vedrete, che gli
scipperanno pure quello e temo che l’Italia abbia già comunque perso su tutti i
fronti. Spero di sbagliarmi, Dio solo sa quanto vorrei essere smentita dai
fatti, ma temo che ormai sia tutto compromesso. Per gli alleati saremo i soliti
opportunisti che danno un colpo al cerchio e l’altro alla botte; che si, è
vero, abbiamo concesso le basi, ma poi non ci siamo coinvolti, per tutelare i
nostri “squallidi e meschini” interessi commerciali in quell’area. Per Gheddafi
siamo e saremo quelli che lo hanno tradito. Per gli sceriffi della cirenaica
saremo quei maledetti che stavano col Colonnello e con lui facevano sporchi
affari alle spalle del popolo libico, strumentalizzando  e traendo vantaggio
dalla dittatura imposta dal Raiss. Adesso cosa volete che succeda? Sarà
convocata una conferenza internazionale sotto l’egida dell’ONU e della Lega
Araba cui l’Italia non sarà invitata a partecipare, Gheddafi rimarrà al suo
posto, nella migliore delle ipotesi si creeranno nella regione due o tre stati,
inglesi e francesi si installeranno là accolti come amici, noi faremo
aeroplanini con i fogli dei nostri accordi commerciali con la Libia. Beh, io me
lo sentivo che i francesi prima o poi ci avrebbero fatto scontare di avergli
propinato una “first lady”, pardon, “une premiere dame” come Carla Bruni….Sono
veramente sconsolata. Spero almeno che questa brutta storia finisca presto,
limitando per quanto possibile le sofferenze ed i lutti dell’incolpevole popolo
libico.
  
di Caelsius

Inaugurazione nuova sede Lega Nord a Solignano




Riuscitissima l'inaugurazione della nuova sede della Lega a Solignano. La splendida giornata ha fatto da cornice nel piccolo paese delle colline Parmensi, presenti l' On. Fabio Rainieri  e il Segretario Provinciale Roberto Corradi insieme a tanti iscritti e simpatizzanti.

domenica 26 giugno 2011

Aggredita direttrice di Telepadania da un gruppo di manifestanti (pacifisti).

Se un gruppo di leghisti avesse aggredito un extracomunitario, probabilmente le prime pagine dei giornali ne parlerebbero con titoli ad otto colonne. Così come se una qualsiasi esponente politica del centro-sinistra fosse stata aggredita da un gruppo di "destrorsi". E' successo qualcosa di simile, ma a parti invertite. E se ne trova traccia solo in alcuno giornali locali di Brescia e dintorni. Aurora Lussana, direttore di Tele Padania, è stata aggredita ieri sera (mercoledì 22 giugno) a Brescia da alcuni manifestanti, migranti, che da giorni occupano largo Formentone , nei pressi di palazzo Loggia, per chiedere il rilascio del permesso di soggiorno. La giornalista, in prima linea sulla questione immigrazione ed ultimamente anche promotrice dell'iniziativa "Mettiamoci la faccia per dire No alla guerra in Libia",  stava registrando un servizio per raccontare la storia dell’immigrato marocchino che ieri sera si è arrampicato sulla cupola di palazzo Loggia. Improvvisamente è stata aggredita e colpita da un gruppo di manifestanti, senza fortunatamente riportare gravi conseguenze. Immediatamente medicata, è stata caricata su un’ambulanza presente sul posto e portata in Questura per le denunce di rito. Aurora Lussana sta bene, anche se ieri sera era ancora in evidente stato di shock. Poche le dichiarazioni di solidarietà: il vicesindaco di Brescia, Fabio Rolfi, anch'egli leghista, ha subito stigmatizzato l'accaduto, evidenziando l'anomalia di come "l’attacco sia stato effettuato da persone appartenenti a gruppi e associazioni che millantano di essere portavoce di battaglie democratiche, in difesa dei diritti di tutti, delle donne, dei lavoratori e della pace". E probabilmente pure della libertà di stampa. Quasi nessuno ha seguito l'esempio di Rolfi, sicuramente per ora nessun organizzatore del corteo né esponente della Cgil, sindacato che aveva garantito sullo spacifico svolgimento del presidio, si è preso il disturbo di condannare l'episodio. Evidentemente, tra giornalisti ed esponenti politici ci sono aggrediti di serie B. Anche se sono donne.