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venerdì 14 settembre 2012


A 100 giorni dalla sua elezione Hollande appare già "moscio"


Non c'è di peggio che dire ad un capo «sei moscio». A quello gli vien subito voglia di far vedere i muscoli che non ha; e quindi appare ancor più moscio, nel suo pretendere. E' quello che sta succedendo a François Hollande, presidente dei francesi. In tre mesi ha perso il 10 % dei favori del popolo. Secondo i sondaggisti oggi è attorno al 44%: non era mai successo che un Presidente dopo 100 giorni dalla sua elezione perdesse tanta fiducia popolare.
«Io Presidente farò questo...farò quello» aveva detto in campagna elettorale: 60 impegni, per la precisione. Si è dato da fare in questi 100 giorni: ma ha fatto soprattutto delle «commissioni»; delle riunioni; delle consultazioni. Come a dire; basta col decisionismo sarkozista; io Presidente le cose le faccio, ma con partecipazione e accordo di tutti; cosa notoriamente impossibile in tempi nefasti come questi. Il suo Passera, che si chiama Montbourg (sinistra nazionalista), d'accordo con lui, di fronte alla prospettiva di massicci licenziamenti alla PSA (Citroen- Peugeot), aveva detto due mesi fa che si sarebbe consultato per salvare tutti i posti di lavoro in questione. Oggi ha detto che, dopo essersi consultato, la PSA ha buone ragioni per ristrutturarsi. I sindacati non hanno gradito; e neppure i licenziati; e neppure gli elettori.
«Il mio avversario non è monsieur Sarkozy. Il mio avversario è madame la Finance», aveva gridato Hollande aprendo la sua campagna elettorale. Inutile dire che invece ci è dovuto andare subito a letto e madame, forse impalmata, è scomparsa dalla scena; non se ne parla più.
Si parla invece di tasse: 30 miliardi di euro da trovare subito, per dare respiro al debito pubblico francese. Decisione (qui senza consultazioni): 10 miliardi si levano dalla spesa pubblica; altri 10 si fanno con tasse sulla gente ; e 10 si tolgono alle imprese. Per la spesa pubblica si sfilano soprattutto dai «progetti», dagli investimenti (a cominciare da quelli «culturali» , cavallo di battaglia dei socialisti alle elezioni) e molto poco dalle spese della macchina statale (comuni, aggregazione di comuni, dipartimenti, regioni e stato). Per le tasse sulla gente si colpisce quasi unicamente il ceto medio, in maniera progressiva fino al 45% del reddito , per saltare poi al 75 % , per i grandi «fortunati», su introiti superiori al milione di euro annui (duemila persone circa, che servono come prede da esibire al popolo cosiddetto «gausciste»). Per le tasse sulle imprese, si predica che bisogna investire in Francia, che conviene farlo: e poi si dà solo una grande pedata agli imprenditori, nella convinzione che la caccia al ricco voglia dire anche questo. Un disastro, che si sta trasformando in ulteriore perdita di credibilità di «Io Presidente».
Il più «fortunato» dei francesi, Bernard Anaud, a capo dell'industria del lusso nazionale e tra i primi 5 uomini più ricchi del mondo, ha deciso di prendere la residenza in Belgio. Apriti cielo! Il giornale socialista Liberation, a tutta pagina ha scritto «casse-toi, riche con», più o meno «levati di torno, ricco coglione» Arnaud non ha gradito e ha querelato il giornale. Non solo: ha detto anche che resterà fiscalmente francese, pur non condividendo le scelte governative. A «sinistra» trattano Arnaud di parassita e c'è perfino chi rivendica l'esproprio dei suoi beni. Se sapessero che il capo economico della «sinistra» italiana risiede, anche fiscalmente, in Svizzera, lo decapiterebbero. A «destra» l'ala nazionalista gli dà del traditore. Ma l'odio contro il «ricco» non è poi molto capito e seguito; anzi.
«Moi President», «Io Presidente», non sembra ancora aver trovato la strada giusta per governare. Va in giro con giacche attillate, due spacchi e sedere di fuori, a predicare nazionalismo, socialismo e partecipazione: fa molto politichese e poco governo. Anche nel politichese si sta incartando; con la segretaria del partito socialista Martine Delors, in Aubry, sta scegliendo il nuovo segretario. Qualcuno ha ricordato che la monarchia e l'aristocrazia in Francia non ci sono più; e che forse sarebbe meglio che il capo del partito sia scelto dagli iscritti.
Insomma François Hollande, Io Presidente, per il momento non convince né gli elettori né gran parte dei suoi compagni. Anzi: appare moscio, insicuro e contraddittorio. 
fonte web


Macché spending review. La penicillina in Italia vale oro

Spending review/ Il senatore Antonio Gentile al ministro Balduzzi: "Perché in Italia non si vende la penicillina pura? Costa solo 2 euro"



"La penicilina pura è indicata in molte infezioni virali ed è utilissima contro il PANDAS, un disturbo in grande crescita tra i bambini e gli adolescenti, ma in Italia non è vendibile a un prezzo concorrenziale: forse perché costa solo 2 euro, mentre gli antibiotici con le molecole costano molto, molto di più: sarebbe interessante che il ministro Balduzzi se ne occupasse". Lo denuncia il senatore Pdl Antonio Gentile, membro della commissione bicamerale infanzia.

"Sarebbe importante saperlo sia perché la penicilina pura agisce meglio in molti casi, sia per i soldi che vengono spesi dall'erario pubblico - prosegue -. In Italia il suo costo oggi è salito a 24 euro ed è in fascia C, mentre a San Marino, nella Città del Vaticano e in Svizzera il prezzo è rimasto invariato. Vorrei capire la differenza di costi, anche nelle importazioni, tra Italia e San Marino e sapere se questi sbalzi siano giustificabili da fatti oggettivi".

Secondo Gentile, c'è "il forte sospetto che si vogliano favorire lobbies farmaceutiche ed è giusto che il professor Balduzzi, insigne costituzionalista e uomo ineccepibile, ne sia a conoscenza". Su questi temi è intervenuto piu volte il prof Silvio Garattini, autorevole farmacologo che della lotta agli sprechi ha fatto una ragione di vita. "Se parliamo di qualità della vita e di spending review allora è impossibile non sapere che la pennicilina pura è un rimedio straordinario per molte patologie virali - conclude Gentile - e che c'è una vergognosa differenza di costo tra l'Italia e altri paesi, compreso il regno Unito, che il ministro Balduzzi deve affrontare".

fonte web

mercoledì 12 settembre 2012

AGROALIMENTARE: LEGA, ABOLIZIONE ETICHETTATURA FACOLTATIVA CARNI BOVINE È UN DISASTRO


(AGENPARL) - Roma, 11 set - «L'abolizione del sistema di etichettatura facoltativa è una misura assurda, che andrà a danneggiare gli allevatori, e gli stessi consorzi, che hanno chiesto a gran voce di mantenere la possibilità volontaria di riportare in etichetta una serie di informazioni aggiuntive a quelle obbligatorie, proprio per aumentare gli standard di qualità dei prodotti agroalimentari. Non solo. Così facendo, si favoriranno i produttori meno trasparenti a danno dei consumatori europei». Questa è la reazione degli eurodeputati della Lega Nord, Oreste Rossi e Giancarlo Scottà, membri rispettivamente delle commissioni Ambiente e Agricoltura, al voto positivo della plenaria dell'Europarlamento, a Strasburgo, agli emendamenti alla proposta di direttiva in merito all'identificazione elettronica dei bovini, con cui si sono abolite le disposizioni relative all'etichettatura facoltativa delle carni bovine. La plenaria, tuttavia, non ha dato un voto definitivo sulla proposta, che è stata rinviata alla commissione Ambiente per aprire i negoziati in prima lettura con il Consiglio.
«Se il Consiglio dovesse seguire la linea dell'Aula, esprimendosi a favore della soppressione dell'etichettatura facoltativa -spiega Rossi- non avremmo vie di scampo. Il testo, come emendato oggi, infatti, è un vero e proprio controsenso. Da un lato, si dà facoltà agli Stati membri di introdurre l'obbligo per gli allevatori di utilizzare l'identificazione elettronica, per ottenere dati più affidabili e rafforzare la tracciabilità e la sicurezza alimentare in modo volontario, mentre dall'altro si abolisce l'etichettatura facoltativa, e quindi la possibilità di dare informazioni certificate sulla razza e il sesso dell'animale, l'alimentazione utilizzata, l'età del bovino ed ulteriori indicazioni che possano contraddistinguere, nettamente, una tipologia di carne bovina da un'altra». «In Commissione Agricoltura -gli fa eco il collega Scottà da sempre in prima linea, insieme a Rossi, sulla qualità dell'agroalimentare- si sta lavorando in maniera del tutto opposta, ovvero affinché i nostri agricoltori possano comunicare, nella maniera più trasparente possibile, i dati riguardanti i prodotti che commercializzano».
«Non si può pretendere -sottolinea Scottà- di parlare di qualità e tutela del consumatore quando poi, a quest'ultimo, vengono tolte le informazioni necessarie per poter scegliere liberamente il prodotto che acquista, influenzando di conseguenza il mercato e l'offerta». «Al di là del risultato negativo -concludono i due europarlamentari del Carroccio- vogliamo ringraziare i consorzi, in particolare, Fabiano Barbisan e Giuliano Marchesin, ossia il presidente e il direttore del Consorzio L'Italia zootecnica e di Unicarve, l'Associazioni dei produttori di carni bovine del Triveneto, per la stretta collaborazione che vi è stata, in questi mesi, affinché tale provvedimento non passasse».

Festa nazionale catalana, il monito di Fontana: “Criticità nell’economia causate da politiche fiscali di Madrid, Roma non sottovaluti l’esempio spagnolo”


Strasburgo, 11 settembre 2012 – Nel pomeriggio odierno, nell’ambito della diada, la festa nazionale catalana, si terrà per le strade di Barcellona una marcia per l’indipendenza, finalizzata a rivendicare le istanze autonomiste del popolo catalano.
A riguardo, interviene l’On. Lorenzo Fontana, europarlamentare della Lega Nord: “Ladiada rappresenta una significativa espressione dell’orgoglio di un popolo attaccato alla propria cultura, orgoglioso di sventolare una bandiera, con la consapevolezza che in essa affondano le radici di una profonda identità”.
“La festa nazionale catalana di quest’anno – prosegue Fontana – coincide con l’acuirsi dello storico conflitto tra Barcellona e Madrid; in particolare, diversi settori della società civile catalana stanno chiedendo ai loro leader una dura presa di posizione contro il governo centrale: per fronteggiare la crisi che sta deprimendo una delle locomotive economiche d’Europa, serve una diversa ripartizione delle risorse, consentendo al territorio catalano di trattenere una maggiore percentuale del gettito prodotto. A tal proposito, riferendomi anche a quanto accade in Italia, vorrei proporre una riflessione sulle problematiche che la Catalogna è stata costretta a fronteggiare a causa delle dissennate e predatorie politiche fiscali attuate dal governo centrale, che hanno portato in condizioni di grossa difficoltà una delle economie più fiorenti del continente”.
Fontana conclude con un auspicio: “Mi auguro che quanto accaduto in Catalogna non rimanga una lezione inascoltata. Spero che inizi a farsi strada, in tutta Europa, la linea del decentramento fiscale e amministrativo, promuovendo lo sviluppo delle regioni più attive, anziché penalizzarle con politiche fiscali depressive”.

martedì 11 settembre 2012

Int Rainieri Polledri

Conferenza stampa di Roberto Maroni sezione Lega Nord a Parma.wmv

domenica 9 settembre 2012


Una Macroregione Nord perché rinasca dal basso uno Stato sussidiario.

Cari lettori di Tempi, mi auguro che la Macroregione Nord di cui si è iniziato a parlare nelle ultime settimane sia un tema destinato a prendere sempre più corpo nel dibattito pubblico. Di qui a fine mese saranno i presidenti di Lombardia, Veneto, Piemonte, e Friuli a discuterne pubblicamente. Ma bisogna nutrire la speranza che l’invito venga accettato anche dai presidenti di Liguria ed Emilia Romagna. Non è questione di divisione tra giunte del vecchio centrodestra e del vecchio centrosinistra. Vederla così significherebbe non cogliere il vero dato di fondo. E cioè che la proposta configura insieme sia l’occasione sia la necessità di trarre una sorta di bilancio di 18 anni alle nostre spalle, sul tema del federalismo, della sussidiarietà e dei rapporti tra Stato centrale e autonomie. So che in un prossimo numero di Tempi sarà approfondito proprio questo tema, quindi io qui mi limito solo ad anticipare alcune considerazioni. A mio giudizio, la Macroregione ha in sé la possibilità di offrire tre chances concomitanti.
È ovvio che sul bilancio dei 18 anni amministratori e cittadini tenderanno a dividersi a seconda della collocazione che ciascuno ha avuto rispetto a come il federalismo è stato affrontato nel mutamento del Titolo Quinto della Costituzione, nei provvedimenti di governo dedicati al tema, come nel concreto comportamento tenuto poi dai governi e dallo Stato centrale. La materia è disomogenea, visto che l’impegno programmatico che era prioritario per la Lega si è scontrato con annacquamenti nei testi alla ricerca di consensi troppo ampi – ad esempio per i costi standard sanitari –, e dall’altra parte lo Stato centrale con le sue manovre di rientro della finanza pubblica ha sempre finito per imporre una visione ferreamente centralista. Il primo punto dunque potrebbe rapidamente deludere se i partiti ripetessero il vecchio copione. Cosa del tutto diversa è se la Lega inizia a sviluppare concretamente la linea che Bobo Maroni per primo ha proposto all’assunzione della sua leadership. E cioè prendere atto che la lunga collaborazione Bossi-Berlusconi è di fatto finita col tramonto inglorioso dei due leader, e che occorre ricentrare le priorità mettendo la concretezza della questione Nord avanti, rispetto ai vecchi slogan secessionisti che hanno avuto un esito oggettivamente cattivo e contrario.

La seconda questione è quella centrale. Non si tratta di considerare la Macroregione Nord come un’idea “prendere o lasciare”, ma come un cantiere aperto. La sua essenziale importanza è quella di cogliere e rilanciare l’importanza rivestita ai fini nazionali dall’assecondamento invece che dall’ostacolo delle vocazioni produttive, di export, di innovazione e valore aggiunto che si annidano  nel Nord italiano. Quanto più gli amministratori attuali sapranno articolare questo nuovo orizzonte aprendolo alle lezioni, alle sofferenze e alle passioni che ribollono nel tessuto d’impresa e nella società del Nord tanto duramente colpiti dalla crisi, ma insieme capaci di una straordinaria tenuta, tanto più la proposta, i suoi meccanismi partecipativi per definirne le caratteristiche prima ancora di farla divenire una compiuta proposta, potrebbero rappresentare la vera risposta alla stereotipata rappresentazione delle vane lamentele di Regioni e Comuni del Nord a ogni manovra finanziaria. Può essere un orizzonte nuovo vero, su cui confrontare e mobilitare il meglio delle esperienze del mondo accademico, della rappresentanza d’impresa, della società civile. Da replicare al Sud, tale e quale ma con la diversa declinazione di un’economia da rendere autoportante rispetto ai guasti decennali rappresentati da trasferimenti pubblici improduttivi, oltre che assai gravosi.
C’è infine anche un terzo orizzonte. Che riguarda l’intero mondo della rappresentanza. Quella politica: ed è evidente che il vecchio centrodestra dovrebbe capirlo per primo, solo se cieco può illudersi che non incasserà al Nord una sconfitta storica destinata a renderlo comunque altro e diverso, tra poco. Ma riguarda anche il Pd, visto lo zero seguito che quella forza ha riservato negli ultimi anni a chi come Cacciari e Chiamparino proponeva una via di rappresentanza nordista. Ma riguarda poi anche la rappresentanza d’impresa: leggete il libro appena uscito di Antonio Costato (Round Trip, ndr), ex vicepresidente nazionale di Confindustria, per averne conferma. Pezzi interi di società civile sono maturi per abbracciare una prospettiva di riradicamento territoriale per dare risposte nazionali che lo Stato attuale non è più in grado di fare. Lo Stato attuale, inefficiente e predone, va smontato e ricostruito, rendendolo più snello e più sussidiario. O questa via la si costruisce dal basso, oppure l’alternativa è tra il default e un lungo e amaro declino. È uno dei dieci punti del manifesto che abbiamo lanciato come Fermare il Declino, e io ci credo davvero.


Leggi: Oscar Giannino: Macroregione del Nord, io ci credo | Tempi.it 

LA BANCA D’ITALIA CONFERMA IL GRANDE IMBROGLIO DELLO SPREAD.


Nell’odierna pubblicazione “Stime recenti dei premi per il rischio sovrano di alcuni paesi dell’area dell’euro”, la Banca d’Italia conferma quanto già detto dal governatore Ignazio Visco nell’intervista al direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, l’8 luglio 2012; quanto emerso dalla più recente letteratura economica (vedasi, fra tutti, “Self-Fulfilling Crises in the Eurozone” di Paul De Grauwe e Yuemei Ji, maggio 2012); e quanto andiamo denunciando già da alcuni mesi.
Sulla base dell’andamento dei fondamentali fiscali e macroeconomici, il premio per il rischio sui titoli decennali del debito pubblico italiano dovrebbe attestarsi, in termini di differenziale di rendimento rispetto al Bund tedesco, intorno a 200 punti base.
Finalmente la verità viene a galla: lo spread a 553 punti il 9 novembre 2011 è stato un grande imbroglio, così come un grande imbroglio è stato lo spread a 536 il 24 luglio 2012. Presidente del Consiglio Berlusconi a novembre, presidente del Consiglio Monti a luglio. Se il merito di credito dell’Italia vale 200 punti base oggi, tanto valeva anche 10 mesi fa, indipendentemente dal governo in carica. Come volevasi dimostrare.