Il futuro ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio... Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.
lunedì 7 marzo 2011
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domenica 6 marzo 2011
W l'Italia, ma fateci parlare un pò male di Garibaldi !!
È fin proverbiale, non si deve parlar male di Garibaldi. Infatti da più di cent’anni si fa tutt’altro. Quello per l’Eroe dei due mondi è un rispetto che è sfociato nella devozione acritica, in imbarazzante culto della personalità. Non c’è comune italico che non gli abbia dedicato almeno una via cittadina, sempre in centro.
Fra i celebranti del culto garibaldino non mancarono fascisti, comunisti delle brigate partigiane e socialisti (fino a Craxi che ne collezionava le reliquie). Lo stesso Fronte Popolare che si oppose alla Democrazia Cristiana nelle elezioni del 1948 scelse per emblema il volto di Garibaldi (e quel geniaccio di Giovannino Guareschi capovolse il faccione trasformandolo nel ceffo demoniaco di Stalin). Per quanto possa sembrare impossibile, una figura storica universalmente nota per aver indossato tutta la vita una camicia rossa ha beneficiato anche di una interpretazione liberale. È il Garibaldi esaltato dal più umanista fra gli economisti (o più economista fra gli umanisti), Sergio Ricossa in un capitolo del suo capolavoro del 1980, Straborghese.
Con tale popò di difensori è chiaro che paia un sacrilegio permettersi di criticare il duce dei Mille. Figuriamoci farlo in questo periodo di imminenti festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario d’unità italiana. Si passa per cattivi patrioti, compari del ministro Calderoli che ci vuol far lavorare il 17 marzo invece di sventolare il bandierone.
Ma c’è chi vuole correre il rischio di rovinare la festa. E non ha tutti i torti. Luca Marcolivio, giornalista romano e direttore responsabile del settimanale web L’Ottimista, è da poco in libreria con un interessante pamphlet: Contro Garibaldi. Quello che a scuola non vi hanno raccontato (Vallecchi). Verrebbe da chiedersi se sia necessario leggerlo dato che pare si contino quasi trentamila libri scritti sul Giuseppe nazionale (lo ricorda lo stesso Marcolivio). La risposta è affermativa se c’è la volontà di conoscere figure e fatti del Risorgimento al di là delle mistificazioni agiografiche e delle ricostruzioni propagandistiche. Non si tratta di voler negare o rinnegare il processo unitario coltivando necessariamente utopie reazionarie e nostalgie borboniche, austro-ungariche o papaline. Ma almeno approfondire motivazioni e scelte dei protagonisti degli eventi che a scuola si studiano al capitolo “guerre d’Indipendenza”.
Con il supporto di una rispettabile bibliografia (dove non mancano gli acuti scritti che Indro Montanelli dedicò al personaggio) l’autore smonta parecchi luoghi comuni, come dicevamo, vecchi più di un secolo. Il Garibaldi che ne esce è tutt’altro che un fine e originale pensatore politico. Piuttosto un avventuriero che cercò motivazioni nobili nelle idee altrui per dare sfogo alla sua “indole piratesca”. Insomma Garibaldi trovò nei discorsi appassionati di Rousseau, Foscolo e Mazzini (compagno di lotte più volte tradito) le scuse per menar le mani e gettarsi nell’avventura.
Vedendola così, l’eroe in camicia rossa può risultare perfino simpatico: un uomo d’azione, per natura alieno alle ideologie (così si spiega la stima di Ricossa, in effetti). Una figura quasi salgariana. Meno simpatico risulta il trasformismo (di cui fu maestro per la Sinistra storica), la disinvolta attitudine che gli permise di mettere da parte ogni pregiudiziale repubblicana per diventare braccio armato della dinastia sabauda. Salgariano nel senso di corsaro, dunque, agente neanche troppo segreto al servizio della corona piemontese. I Savoia più che altro lo usarono come “bomba ad orologeria da far esplodere al posto giusto e al momento giusto”. Ovvero nel famigerato 1860 e nel Sud, per conquistare militarmente il Regno delle Due Sicilie senza neanche il disturbo di rispettare l’etichetta facendo regolare dichiarazione di guerra.
Anche la massoneria (all’interno della quale Garibaldi raggiunse alti livelli gerarchici) finanziò le sue imprese, lo stesso fecero gli inglesi non proprio disinteressati alla prospettiva di nuovi equilibri continentali.
Da buon massone illuminato e figlio devoto dei motti targati 1789, Garibaldi si presentava ed è ricordato come apostolo della libertà dei popoli (che come è noto a quei tempi contava più di quella dell’individuo). Ma pare che tradì spesso quei roboanti ideali professati. Non solo era dittatore nei modi, ma dittatore si autoproclamò appena gli fu possibile. Certo, il decisionismo è necessario nei momenti di crisi, ma lui non fu nemmeno un buon tiranno. L’indisciplina che regnava nelle sue truppe e lo spaventoso deficit nelle casse del Regno del Sud che lasciò in eredità a Vittorio Emanuele II non suggeriscono certo capacità di buon governo. A proposito di questioni economiche, Marcolivio ricorda che non è escluso un periodo di attività lavorativa nel redditizio commercio di schiavi negli anni dell’esilio sudamericano.
Dunque non fu un buon politico, e forse nemmeno un grande stratega militare. Facendo i conti, le sconfitte sul campo sono più delle vittorie. Queste ultime da attribuire poi all’innegabile coraggio, spesso a sfacciata fortuna, mai per scienza della guerra. Il “blitz terroristico”, ovvero l’impresa dei Mille, fu messo in atto con un esercito in gran parte composto da “avanzi di galera” (una costante nella carriera del Generale). Non fu privo di risvolti “fantozziani” e deplorevoli (razzie, stupri, massacri, giustizia sommaria). Il successo arrise soprattutto grazie alla corruzione dell’esercito borbonico, a qualche accordo stretto con mafie e camorre locali e generosa elargizione di fondi britannici e piemontesi.
La maggior coerenza Garibaldi la esercitò, oltre che correndo dietro alle gonnelle, nell’anticlericalismo. Il suo non era raffinato, con tracce di gnosticismo o tocchi hegeliani come quello di Mazzini, ma rozzo, intransigente e fanatico, nutrito di luoghi comuni. Lo espose in qualche noioso romanzo di pura propaganda, poiché nutriva ingenue velleità letterarie. Si riteneva un intellettuale in virtù del fatto che sapeva recitare a memoria tutto il carme I Sepolcri dell’amato Foscolo.
Disprezzava i credenti e perseguitava i religiosi ma accettò la santificazione in vita. I suoi seguaci raccontavano storielle al popolino, davano vita a quelle che oggi chiamiamo leggende metropolitane: il Generale barbuto aveva poteri magici e taumaturgici, era una specie di padre Pio laico e in anticipo. Addirittura circolavano santini con le sua effige. Su richiesta perfino battezzava i neonati.
Insomma, viva l’Italia. Ma fateci parlare un po’ male di Garibaldi.
Insomma, viva l’Italia. Ma fateci parlare un po’ male di Garibaldi.
fonte "l'Occidentale"
Se Fazio chiede una raccomandazione a Craxi per saltare il servizio militare.
Il Cavaliere senza macchia, il paladino perbenistra della sinistra italiana in RAI, l'uomo che in coppia con Saviano vuole fare la morale a tutti dall'alto del suo piedistallo di cartapesta, ha fatto una figura degna della sua persona... Dopo il Tapiro d'oro rifiutato da Fabio Fazio in seguito alle dichiarazioni di Daniele Luttazzi rilasciate a un settimanale secondo le quali lo stesso Fazio avrebbe evitato il servizio militare per una raccomandazione di Craxi, Valerio Staffelli ha incontrato Luttazzi a Torino. "E’ quello che Fazio mi ha raccontato quindici anni fa - racconta Luttazzi. "Mi proibì di fare una battuta antimilitarista, lavoravamo a Telemontecarlo nel 1989, commentavo in diretta immagini televisive e c’era un film di guerra. Io faccio una battuta antimilitarista e lui finita la puntata mi dice di non fare più battute sui militari e mi spiega il fatto davanti ad altri testimoni". "Mi disse che non fece il militare grazie a una raccomandazione di Bettino Craxi - continua Luttazzi - glielo aveva chiesto nello studio di Piazza Duomo e non fece il servizio militare per questo motivo. Rimasi sbalordito ma ci sta. A Vanity Fair ho ricordato il fatto. Fazio dice di non avere mai incontrato Craxi? Sono contento per lui se non lo ha mai conosciuto, per lui sono quegli incontri che ti cambiano la vita altrimenti. Fazio dà del bugiardo a se stesso, ne prendiamo atto". Non essendo una battuta del suo repertorio probabilmente Luttazzi non l'ha copiata....! Cosa c'è di più squallido di qualcuno che fa la morale a tutti quando in realtà é l'ultimo che dovrebbe farla? Certo quando si scannano tra di loro vien proprio da ridere.... Fonte: tgcom
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