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mercoledì 10 agosto 2011

La guerra fra toghe che ha spaccato il Tribunale dei minori


Bologna, 9 agosto 2011 - ALL’APPARENZA, la ‘guerra’ è finita. Il presidente del Tribunale dei minori Maurizio Millo ha vinto e i giudici non allineati, Guido Stanzani e Francesco Morcavallo, sono stati trasferiti in un’altra sede. All’apparenza, appunto. In realtà, ciò che è successo nei mesi scorsi nel Tribunale di via del Pratello è qualcosa di un po’ più complicato rispetto a quello che è passato sui giornali, cioè la lite fra il presidente e due colleghi ‘rompiscatole’, cui il Csm ha dato torto. Quello che è successo, in realtà, è lo scontro fra due modi di concepire la giustizia minorile.
DA UNA PARTE, gli ‘eretici’ Stanzani e Morcavallo, secondo i quali in Tribunale da anni è in uso una prassi nociva, per cui i giudici, nei casi di famiglie problematiche, prendono provvedimenti provvisori (non appellabili) con cui limitano la potestà dei genitori, dando poi una delega in bianco ai servizi sociali per controllare la situazione. Il tutto senza sentire entro pochi giorni mamma e papà, come invece (secondo Stanzani e Morcavallo) imporrebbe il principio del contraddittorio. La prima udienza è invece fissata a 6-8 mesi. Questi decreti provvisori, poi, vengono prorogati e, di fatto, durano anni.
Di proroga in proroga, i figli crescono e i genitori invecchiano, sotto il controllo-minaccia dei servizi sociali, che invece di assistere le famiglie diventano per loro una fonte di paura (paura che vengano tolti i figli). In alcuni casi-limite, questa situazione dura davvero tanti anni, senza che si arrivi mai a una definizione. Senza contare il potere sempre crescente dei giudici non togati, psicologi ed educatori. Morcavallo e Stanzani, invece, hanno tentato di invertire la tendenza, riesaminando i casi pendenti e, sentite le parti, facendo decreti motivati. Cosa che, a loro dire, i colleghi nella maggior parte dei casi non fanno.
La versione del presidente Millo è però ben diversa: «Le parti vengono sempre sentite — spiega — e la natura stessa del procedimento minorile impone tempi lunghi per valutare se le soluzioni decise dal giudice producano sulla famiglie gli effetti sperati».
IL CASO è finito al Csm, Stanzani e Morcavallo hanno avuto la peggio e sono stati trasferiti. Da pochi giorni hanno preso servizio a Modena. Stanzani è un giudice esperto, è stato presidente di sezione e per lui il Csm aveva in serbo un trasferimento per incompatibilità ambientale (non disciplinare). Allora l’interessato ha chiesto di essere trasferito. Ora è alla sezione lavoro. «Sono tornato a fare il mio mestiere — dice —. Mi sembra di essermi liberato da un incubo. Ho cercato di introdurre varianti, che sono state completamente rifiutate».
Morcavallo, al contrario, è poco più che trentenne. Bologna era uno dei suoi primi incarichi. Per lui il Csm ha aperto un procedimento disciplinare e chiesto (evento piuttosto raro) il trasferimento cautelare. Sia Stanzani che Morcavallo hanno presentato un esposto alla Procura generale della Cassazione sulla situazione del Tribunale dei minori di Bologna.
LE DUE visioni diametralmente opposte avevano creato un clima di tensione in Tribunale, con camere di consiglio infuocate. Due i casi simbolo: quello del piccolo Devid Berghi, il bambino morto di freddo in piazza Maggiore, per il quale Millo aveva preso la decisione provvisoria di sospendere la patria potestà ai genitori ma Morcavallo, nella successiva camera di consiglio, ha messo in minoranza il presidente e la potestà è stata ripristinata.
Ancora più eclatante l’altro caso, relativo a una bambina che oggi ha 11 anni. L’avvocato dei genitori della piccina, Rita Rossi, ha denunciato il presidente del collegio (uno dei sei giudici dell’ufficio) per falso materiale e ideologico e abuso d’ufficio. Questo perché il giudice avrebbe, secondo le accuse, violato la procedura esautorando in modo irregolare il collega relatore, cioè Morcavallo, facendo sparire dal fascicolo la ‘minuta’ firmata dallo stesso Morcavallo e scrivendo di proprio pugno il decreto.
La replica di Millo: «Il presidente del collegio si è avvalso di un potere previsto dalla legge. Quando il relatore stende le motivazioni in modo diverso rispetto alla decisione del collegio, il presidente assume ruolo di estensore della sentenza. La ‘minuta’ di Morcavallo non aveva più alcuna rilevanza».
di GILBERTO DONDI

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