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venerdì 14 settembre 2012



Macché spending review. La penicillina in Italia vale oro

Spending review/ Il senatore Antonio Gentile al ministro Balduzzi: "Perché in Italia non si vende la penicillina pura? Costa solo 2 euro"



"La penicilina pura è indicata in molte infezioni virali ed è utilissima contro il PANDAS, un disturbo in grande crescita tra i bambini e gli adolescenti, ma in Italia non è vendibile a un prezzo concorrenziale: forse perché costa solo 2 euro, mentre gli antibiotici con le molecole costano molto, molto di più: sarebbe interessante che il ministro Balduzzi se ne occupasse". Lo denuncia il senatore Pdl Antonio Gentile, membro della commissione bicamerale infanzia.

"Sarebbe importante saperlo sia perché la penicilina pura agisce meglio in molti casi, sia per i soldi che vengono spesi dall'erario pubblico - prosegue -. In Italia il suo costo oggi è salito a 24 euro ed è in fascia C, mentre a San Marino, nella Città del Vaticano e in Svizzera il prezzo è rimasto invariato. Vorrei capire la differenza di costi, anche nelle importazioni, tra Italia e San Marino e sapere se questi sbalzi siano giustificabili da fatti oggettivi".

Secondo Gentile, c'è "il forte sospetto che si vogliano favorire lobbies farmaceutiche ed è giusto che il professor Balduzzi, insigne costituzionalista e uomo ineccepibile, ne sia a conoscenza". Su questi temi è intervenuto piu volte il prof Silvio Garattini, autorevole farmacologo che della lotta agli sprechi ha fatto una ragione di vita. "Se parliamo di qualità della vita e di spending review allora è impossibile non sapere che la pennicilina pura è un rimedio straordinario per molte patologie virali - conclude Gentile - e che c'è una vergognosa differenza di costo tra l'Italia e altri paesi, compreso il regno Unito, che il ministro Balduzzi deve affrontare".

fonte web

mercoledì 12 settembre 2012

AGROALIMENTARE: LEGA, ABOLIZIONE ETICHETTATURA FACOLTATIVA CARNI BOVINE È UN DISASTRO


(AGENPARL) - Roma, 11 set - «L'abolizione del sistema di etichettatura facoltativa è una misura assurda, che andrà a danneggiare gli allevatori, e gli stessi consorzi, che hanno chiesto a gran voce di mantenere la possibilità volontaria di riportare in etichetta una serie di informazioni aggiuntive a quelle obbligatorie, proprio per aumentare gli standard di qualità dei prodotti agroalimentari. Non solo. Così facendo, si favoriranno i produttori meno trasparenti a danno dei consumatori europei». Questa è la reazione degli eurodeputati della Lega Nord, Oreste Rossi e Giancarlo Scottà, membri rispettivamente delle commissioni Ambiente e Agricoltura, al voto positivo della plenaria dell'Europarlamento, a Strasburgo, agli emendamenti alla proposta di direttiva in merito all'identificazione elettronica dei bovini, con cui si sono abolite le disposizioni relative all'etichettatura facoltativa delle carni bovine. La plenaria, tuttavia, non ha dato un voto definitivo sulla proposta, che è stata rinviata alla commissione Ambiente per aprire i negoziati in prima lettura con il Consiglio.
«Se il Consiglio dovesse seguire la linea dell'Aula, esprimendosi a favore della soppressione dell'etichettatura facoltativa -spiega Rossi- non avremmo vie di scampo. Il testo, come emendato oggi, infatti, è un vero e proprio controsenso. Da un lato, si dà facoltà agli Stati membri di introdurre l'obbligo per gli allevatori di utilizzare l'identificazione elettronica, per ottenere dati più affidabili e rafforzare la tracciabilità e la sicurezza alimentare in modo volontario, mentre dall'altro si abolisce l'etichettatura facoltativa, e quindi la possibilità di dare informazioni certificate sulla razza e il sesso dell'animale, l'alimentazione utilizzata, l'età del bovino ed ulteriori indicazioni che possano contraddistinguere, nettamente, una tipologia di carne bovina da un'altra». «In Commissione Agricoltura -gli fa eco il collega Scottà da sempre in prima linea, insieme a Rossi, sulla qualità dell'agroalimentare- si sta lavorando in maniera del tutto opposta, ovvero affinché i nostri agricoltori possano comunicare, nella maniera più trasparente possibile, i dati riguardanti i prodotti che commercializzano».
«Non si può pretendere -sottolinea Scottà- di parlare di qualità e tutela del consumatore quando poi, a quest'ultimo, vengono tolte le informazioni necessarie per poter scegliere liberamente il prodotto che acquista, influenzando di conseguenza il mercato e l'offerta». «Al di là del risultato negativo -concludono i due europarlamentari del Carroccio- vogliamo ringraziare i consorzi, in particolare, Fabiano Barbisan e Giuliano Marchesin, ossia il presidente e il direttore del Consorzio L'Italia zootecnica e di Unicarve, l'Associazioni dei produttori di carni bovine del Triveneto, per la stretta collaborazione che vi è stata, in questi mesi, affinché tale provvedimento non passasse».

Festa nazionale catalana, il monito di Fontana: “Criticità nell’economia causate da politiche fiscali di Madrid, Roma non sottovaluti l’esempio spagnolo”


Strasburgo, 11 settembre 2012 – Nel pomeriggio odierno, nell’ambito della diada, la festa nazionale catalana, si terrà per le strade di Barcellona una marcia per l’indipendenza, finalizzata a rivendicare le istanze autonomiste del popolo catalano.
A riguardo, interviene l’On. Lorenzo Fontana, europarlamentare della Lega Nord: “Ladiada rappresenta una significativa espressione dell’orgoglio di un popolo attaccato alla propria cultura, orgoglioso di sventolare una bandiera, con la consapevolezza che in essa affondano le radici di una profonda identità”.
“La festa nazionale catalana di quest’anno – prosegue Fontana – coincide con l’acuirsi dello storico conflitto tra Barcellona e Madrid; in particolare, diversi settori della società civile catalana stanno chiedendo ai loro leader una dura presa di posizione contro il governo centrale: per fronteggiare la crisi che sta deprimendo una delle locomotive economiche d’Europa, serve una diversa ripartizione delle risorse, consentendo al territorio catalano di trattenere una maggiore percentuale del gettito prodotto. A tal proposito, riferendomi anche a quanto accade in Italia, vorrei proporre una riflessione sulle problematiche che la Catalogna è stata costretta a fronteggiare a causa delle dissennate e predatorie politiche fiscali attuate dal governo centrale, che hanno portato in condizioni di grossa difficoltà una delle economie più fiorenti del continente”.
Fontana conclude con un auspicio: “Mi auguro che quanto accaduto in Catalogna non rimanga una lezione inascoltata. Spero che inizi a farsi strada, in tutta Europa, la linea del decentramento fiscale e amministrativo, promuovendo lo sviluppo delle regioni più attive, anziché penalizzarle con politiche fiscali depressive”.

domenica 9 settembre 2012


Una Macroregione Nord perché rinasca dal basso uno Stato sussidiario.

Cari lettori di Tempi, mi auguro che la Macroregione Nord di cui si è iniziato a parlare nelle ultime settimane sia un tema destinato a prendere sempre più corpo nel dibattito pubblico. Di qui a fine mese saranno i presidenti di Lombardia, Veneto, Piemonte, e Friuli a discuterne pubblicamente. Ma bisogna nutrire la speranza che l’invito venga accettato anche dai presidenti di Liguria ed Emilia Romagna. Non è questione di divisione tra giunte del vecchio centrodestra e del vecchio centrosinistra. Vederla così significherebbe non cogliere il vero dato di fondo. E cioè che la proposta configura insieme sia l’occasione sia la necessità di trarre una sorta di bilancio di 18 anni alle nostre spalle, sul tema del federalismo, della sussidiarietà e dei rapporti tra Stato centrale e autonomie. So che in un prossimo numero di Tempi sarà approfondito proprio questo tema, quindi io qui mi limito solo ad anticipare alcune considerazioni. A mio giudizio, la Macroregione ha in sé la possibilità di offrire tre chances concomitanti.
È ovvio che sul bilancio dei 18 anni amministratori e cittadini tenderanno a dividersi a seconda della collocazione che ciascuno ha avuto rispetto a come il federalismo è stato affrontato nel mutamento del Titolo Quinto della Costituzione, nei provvedimenti di governo dedicati al tema, come nel concreto comportamento tenuto poi dai governi e dallo Stato centrale. La materia è disomogenea, visto che l’impegno programmatico che era prioritario per la Lega si è scontrato con annacquamenti nei testi alla ricerca di consensi troppo ampi – ad esempio per i costi standard sanitari –, e dall’altra parte lo Stato centrale con le sue manovre di rientro della finanza pubblica ha sempre finito per imporre una visione ferreamente centralista. Il primo punto dunque potrebbe rapidamente deludere se i partiti ripetessero il vecchio copione. Cosa del tutto diversa è se la Lega inizia a sviluppare concretamente la linea che Bobo Maroni per primo ha proposto all’assunzione della sua leadership. E cioè prendere atto che la lunga collaborazione Bossi-Berlusconi è di fatto finita col tramonto inglorioso dei due leader, e che occorre ricentrare le priorità mettendo la concretezza della questione Nord avanti, rispetto ai vecchi slogan secessionisti che hanno avuto un esito oggettivamente cattivo e contrario.

La seconda questione è quella centrale. Non si tratta di considerare la Macroregione Nord come un’idea “prendere o lasciare”, ma come un cantiere aperto. La sua essenziale importanza è quella di cogliere e rilanciare l’importanza rivestita ai fini nazionali dall’assecondamento invece che dall’ostacolo delle vocazioni produttive, di export, di innovazione e valore aggiunto che si annidano  nel Nord italiano. Quanto più gli amministratori attuali sapranno articolare questo nuovo orizzonte aprendolo alle lezioni, alle sofferenze e alle passioni che ribollono nel tessuto d’impresa e nella società del Nord tanto duramente colpiti dalla crisi, ma insieme capaci di una straordinaria tenuta, tanto più la proposta, i suoi meccanismi partecipativi per definirne le caratteristiche prima ancora di farla divenire una compiuta proposta, potrebbero rappresentare la vera risposta alla stereotipata rappresentazione delle vane lamentele di Regioni e Comuni del Nord a ogni manovra finanziaria. Può essere un orizzonte nuovo vero, su cui confrontare e mobilitare il meglio delle esperienze del mondo accademico, della rappresentanza d’impresa, della società civile. Da replicare al Sud, tale e quale ma con la diversa declinazione di un’economia da rendere autoportante rispetto ai guasti decennali rappresentati da trasferimenti pubblici improduttivi, oltre che assai gravosi.
C’è infine anche un terzo orizzonte. Che riguarda l’intero mondo della rappresentanza. Quella politica: ed è evidente che il vecchio centrodestra dovrebbe capirlo per primo, solo se cieco può illudersi che non incasserà al Nord una sconfitta storica destinata a renderlo comunque altro e diverso, tra poco. Ma riguarda anche il Pd, visto lo zero seguito che quella forza ha riservato negli ultimi anni a chi come Cacciari e Chiamparino proponeva una via di rappresentanza nordista. Ma riguarda poi anche la rappresentanza d’impresa: leggete il libro appena uscito di Antonio Costato (Round Trip, ndr), ex vicepresidente nazionale di Confindustria, per averne conferma. Pezzi interi di società civile sono maturi per abbracciare una prospettiva di riradicamento territoriale per dare risposte nazionali che lo Stato attuale non è più in grado di fare. Lo Stato attuale, inefficiente e predone, va smontato e ricostruito, rendendolo più snello e più sussidiario. O questa via la si costruisce dal basso, oppure l’alternativa è tra il default e un lungo e amaro declino. È uno dei dieci punti del manifesto che abbiamo lanciato come Fermare il Declino, e io ci credo davvero.


Leggi: Oscar Giannino: Macroregione del Nord, io ci credo | Tempi.it 

LA BANCA D’ITALIA CONFERMA IL GRANDE IMBROGLIO DELLO SPREAD.


Nell’odierna pubblicazione “Stime recenti dei premi per il rischio sovrano di alcuni paesi dell’area dell’euro”, la Banca d’Italia conferma quanto già detto dal governatore Ignazio Visco nell’intervista al direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, l’8 luglio 2012; quanto emerso dalla più recente letteratura economica (vedasi, fra tutti, “Self-Fulfilling Crises in the Eurozone” di Paul De Grauwe e Yuemei Ji, maggio 2012); e quanto andiamo denunciando già da alcuni mesi.
Sulla base dell’andamento dei fondamentali fiscali e macroeconomici, il premio per il rischio sui titoli decennali del debito pubblico italiano dovrebbe attestarsi, in termini di differenziale di rendimento rispetto al Bund tedesco, intorno a 200 punti base.
Finalmente la verità viene a galla: lo spread a 553 punti il 9 novembre 2011 è stato un grande imbroglio, così come un grande imbroglio è stato lo spread a 536 il 24 luglio 2012. Presidente del Consiglio Berlusconi a novembre, presidente del Consiglio Monti a luglio. Se il merito di credito dell’Italia vale 200 punti base oggi, tanto valeva anche 10 mesi fa, indipendentemente dal governo in carica. Come volevasi dimostrare.

lunedì 27 agosto 2012

Aeroporto di Salerno, 100 milioni di soldi pubblici per far volare aerei vuoti.


Il piano aeroporti di Passera risparmierà lo scalo di Salerno. Che rimane una cattedrale nel deserto. Ripubblichiamo la nostra analisi. Nel 1962 ci atterrò la famiglia Kennedy. Dopo quasi 100 milioni di soldi pubblici spesi dal duemila a oggi, l’aeroporto “Costa d’Amalfi” di Salerno non funziona. La media dei passeggeri a volo non supera le 9 persone. Spesso capita di viaggiare da soli, come racconta Gianluca Gracco, in arte Dj Tayone. Ma il Cipe è chiamato a sbloccare nuovi investimenti, rigorosamente pubblici, per 49 milioni.

Il piano aeroporti del ministro Passera non solo prevede il mantenimento degli scali di Napoli Capodichino e Salerno, ma anche la realizzazione di quello di Grazzanise, per il quale sono previsti investimenti per 2,5 miliardi. Ripubblichiamo la nostra analisi sull’hub di Salerno, che nei piani di via Veneto convoglierà il traffico low cost e cargo. 
Volare su un jet privato, che lusso. Un sogno ad alta quota che pochi possono permettersi. Non all’aeroporto Salerno-Costa d’Amalfi, da cui spesso partono aerei quasi vuoti. Non è una trovata pubblicitaria della compagnia low cost di turno, ma il frutto di errori di gestione per l’aeroporto degli sprechi, inaugurato nel 2007 e già costato oltre cento milioni di euro.
Soldi esclusivamente pubblici, erogati da Stato e Regione Campania per tenere in vita uno scalo nato nel 1926 come campo di fortuna dell’Aeronatica e adibito solo da pochi anni al trasporto passeggeri. In effetti i risultati sono al di sotto delle attese.
Oltre cento milioni di euro spesi, di cui settanta negli ultimi cinque anni. Un bel po’ di soldi li ha investiti la Regione Campania, prelevandoli dai fondi europei Por 2000-2006. Per dare nuova vita allo scalo nel 2006 la giunta Bassolino stanziò 5,9 milioni di euro per attrezzature, luci e sistema informativo (da solo costato quasi un milione e mezzo).
«Con quello che spendiamo, ci conviene accompagnare i passeggeri in Limousine fino a Milano»: fu una battuta pronunciata dal consigliere di amministrazione dell’aeroporto Gianni Iuliano, commentando le cifre dell’accordo con Alitalia (4 milioni di euro l’anno dati alla compagnia per due anni). Sì, perché anche le compagnie in passato hanno ottenuto un incentivo per fare tappa al Costa d’Amalfi.
Altri 49 milioni in arrivo per il prolungamento della pista. È un pozzo senza fondo l’aeroporto di Salerno-Costa d’Amalfi, trasformato nel 2007 per il traffico passeggeri. Dovevano arrivare turisti da tutto il mondo, diretti in Costiera o in Cilento. Anche se Amalfi è distante 45 chilometri, e Castellabate, il paesino del Cilento noto per il film “Benvenuti al Sud”, addirittura 55.
E invece? L’aeroporto ha funzionato a singhiozzo. Soprattutto negli ultimi due anni l’attività ha risentito dei veti incrociati dei principali soci, Comune di Salerno e Provincia di Salerno, espressione della tenzone politica tra il sindaco Vincenzo De Luca (Pd) e il presidente Edmondo Cirielli (Pdl). 
E i controlli? «Inesistenti. Solo uno sguardo ai documenti, niente metal detector. Anche perché se fossi stato un attentatore avrei scelto l’aereo sbagliato». Il bello è arrivato a bordo «Un aereo di 60 posti tutto per me. Una delle hostess è stata molto gentile, oltre che molto carina. Si è seduta accanto a me. Abbiamo chiacchierato per tutto il viaggio».
«Allungare la pista vuol dire accogliere aerei più grandi, superiori ai 100 passeggeri – dice Fasolino. I charter già atterrano qui e sono sempre pieni. Vede? Non siamo ancora morti». Morti no, ma sull’aeroporto di Salerno c’è la lama della ghigliottina della spending review.


fonte web

venerdì 24 agosto 2012

Salvini (Lega) ad Affaritaliani.it: riduciamo di cento volte il costo della presidenza della Repubblica.


Venerdì, 24 agosto 2012 - 11:31:00

Matteo Salvini, segretario nazionale della Lega Nord ed eurodeputato del Carroccio, intervistato da Affaritaliani.it, lancia un durissimo attacco al presidente della Repubblica. "Visti i poteri che ha Napolitano, pochissimi, 624mila euro al giorno per mantenere il Quirinale è una spesa folle e ingiustificata. E' vero che Napolitano si è preso poteri che non ha, in modo più o meno corretto, ma stante così le cose e con la riduzione dei parlamentari, la divisione dei compiti tra Camera e Senato delle Regioni, la presidenza della Repubblica potrebbe rimanere un ruolo di rappresentanza con costi ridotti di 100 volte. A Roma ci sono tanti musei e ce ne potrebbe essere un altro". Ovvero? "Semplice. Bisogna chiudere il Quirinale e trasformarlo in un museo a pagamento sul modello di Versailles, spostando la residenza del capo dello Stato in un altro luogo di Roma molto meno oneroso per i cittadini".
"Il Quirinale costa agli italiani 624.000 euro al giorno, pari a 26mila euro l'ora. E' l'ennesimo esempio illuminante e vergognoso di quanto ci costi Roma ladrona. L'evidente legame indissolubile tra la capitale e lo sfarzo, lo spreco, l'inutilità e l'oltraggio al senso padano della buona e sana amministrazione sono altrettanti motivi per mandare a fare in... Roma e il centralismo. L'Italia si merita un simile sfregio, la Padania no". Lo afferma ad Affaritaliani.it Mario Borghezio, eurodeputato della Lega Nord. Massimo Garavaglia, responsabile economico del Carroccio, sottolinea: "In un periodo di vacche magre sarebbe opportuno applicare la spending review anche al Quirinale. Sono oggettivamente eccesive queste spese per un paese come il nostro in una grave crisi economica".