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martedì 6 settembre 2011

Uggé: “Chi vuol far ripartire l’economia prenda esempio dall’autotrasporto”


“Trovo inadeguato e strumentale il modo in cui si comunica, la richiesta di discontinuità al Governo. Strumentale  perché dietro la parola discontinuità si  lasciare intendere che il cambio del Governo possa risolvere i gravi problemi legati a speculatori che operano a livello mondiale; inadeguato perché in momenti di difficoltà come questo sarebbe invece doveroso domandare una forte azione del Governo per rilanciare iniziative sulla competitività.
Quando la casa brucia non si discute su chi  deve spegnere l’incendio, ma si deve concorrere tutti a portare l’acqua”. È questo il commento del presidente della Fai Conftrasporto, Paolo Uggè, all’iniziativa portata avanti da realtà rappresentative  del mondo del lavoro e delle imprese che in  nota congiunta hanno chiesto al governo misure per la crescita  non limitandosi a puntare solo sul rigore dei conti, comunque necessario, ma anche sulla leva economica, su misure per spingere una crescita troppo lenta. “Per riportare l’economia del Paese in carreggiata sarebbe più opportuno che tutte le componenti sociali venissero invitate piuttosto a fare la propria parte con generosità”, ha proseguito Paolo Uggè, sottolineando l’esempio delle imprese  dell’autotrasporto che “sono pronte a sopportare rinunce significative, in cambio di garanzie sul rispetto delle leggi della sicurezza”. “La strada non è allora lasciare intendere che il cambio del Governo possa risolvere i gravi problemi legati a speculatori che operano a livello mondiale. Questo significa solo aggravare ancor più la situazione che non potrà certo essere affrontata e  risolta da un insieme di forze politiche che hanno tutte una visione diversa sui temi dell’economia.
L’obiettivo di queste forze è solo cambiare la legge elettorale e poi andare a nuove elezioni. Il che significa bloccare qualsiasi iniziativa per almeno un anno. La gente e le imprese non sono interessate  a manovre di palazzo ma chiedono a un governo che ha la maggioranza in Parlamento di cambiare passo e di governare questi difficili momenti. Le soluzioni devono essere il frutto di un confronto con le parti sociali da aprirsi subito. Il senso attribuito all’appello del presidente di Confindustria”, ha proseguito Paolo Uggè, “sembra invece quello di dar fiato a coloro che operano per un governo diverso riproponendo formule del passato che non hanno mai dato risposte utili al Paese. Un conto è incalzare il Governo sulle azioni da fare avanzando proposte al Governo che puo’ e deve fare molto di più’; un conto è invece lavorare con lo scopo non tanto recondito di creare gli spazi per far posto a un nuovo esecutivo del “non fare” dove  ognuno vorrà far pesare il proprio consenso, anche se modesto.
Così  si getta solo il Paese nella più totale inattività. Su quale politica economica si baserebbe il “nuovo governo”?  Solo su nuove tasse e basta. E quale politica di sviluppo potrebbe esserci per il Paese? Quale strategia per la competitività, per i trasporti le infrastrutture? Forse il wealfare? Certo il presidente Berlusconi deve dare un impulso nuovo e decidere sulle questioni dell’economia in tempi rapidi. Basta con le manfrine. Decida e ponga l’aut aut sulle iniziative concordate con le parti sociali e su quelle ponga il prendere o lasciare.  I cittadini sapranno individuare chi ha a cuore l’interesse del Paese e chi invece quello dei  poteri forti”.

fonte blog: "stradafacendo"

lunedì 5 settembre 2011

L’affare Seat-Telecom e i magheggi di Prodi, D’Alema, Cossutta, Visco e compagnia. Nessuno indaga?


Riproponiamo l’articolo “L’affare Seat-Telecom” sperando che qualcuno (magistrati?) ci dica, finalmente, dove sono finiti i 6,7 miliardi di euro spariti in Lussemburgo. Protagonisti, con ruoli diversi, i sigg: Prodi, D’Alema, Visco, Ciampi, Cossutta, Del Turco, Pelliccioli, Drago, Tazartes, Erede.
Tra le “strane” operazioni compiute da “tecnici” con un “alto senso dello Stato”, quelle intorno a Telecom e dintorni sono le più sfacciate rapine effettuate ai danni dell’erario e dei piccoli azionisti. La straordinarietà di tali operazioni, il cui vantaggio economico è tutto da dimostrare, è consistita nel fatto che esse sono servite a ricoprire d’oro alcuni azionisti…
Il caso più clamoroso, anche se non il solo, purtroppo, è rappresentato dal viaggio di andata e ritorno della Seat: dalla Stet al ministero del Tesoro (autunno ’96), dal Tesoro ad azionisti privati (luglio ’97), dai privati a Telecom (operazione annunciata a febbraio, conclusasi a giugno 2000); a febbraio il premier è D’Alema, ministro del Tesoro Amato, a giugno il premier è Amato, il ministero del Tesoro è assorbito in altri dicasteri, i ministri economici sono Visco e Del Turco). Alla fine dell’operazione qualcuno ha incassato 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire) pagati da mamma Telecom, che a causa di questa operazione ha accusato nel 2001 un vistoso calo di profitti.
Dettaglio di un’operazione da “tecnici con alto senso dello Stato”:
Nel luglio ’97, il Tesoro (Ciampi, premier Prodi) vende il 61,27% della Seat alla società Otto-Ottobi, incassando 853,7 milioni di euro lordi, sulla base di una valutazione complessiva dell’azienda di 1,65 miliardi di euro, e contemporaneamente la Telecom paga 170 milioni di euro alla Otto-Ottobi per il 20% della società. Tutto si può dire tranne che il Tesoro abbia concluso un affare. I fatti dimostrano che gli acquirenti hanno pagato meno di due volte il fatturato di una “gallina dalle uova d’oro” con un business garantito per i dieci anni a venire…e la conferma verrà nel 2000 quando, per acquistare dagli azionisti della Otto-Ottobi il controllo della Seat, la Telecom non esiterà a valutarla 20miliardi di euro.
L’ardito marchingegno finanziario che ruota attorno alla Otto-Ottobi, rende completamente opaco l’assetto proprietario della Seat. Questa assoluta mancanza di trasparenza impedirà in seguito di conoscere nel dettaglio i nomi dei beneficiari di 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire, mica noccioline, no?) versati da Telecom Italia al Magnifici Otto in cambio del controllo della Seat. Il Tesoro (Ciampi) è al corrente dell’alveare societario che forma l’azionariato della Otto-Ottobi nel momento in cui le consegna il 61,27% della Seat?. Ed è al corrente che un azionista col 10% del capitale che corrisponde al nome di Investitori Associati II è a sua volta un sotto-sistema di finanziarie in gran parte domiciliate in paradisi fiscali off-shore non riconducibili a persone fisiche e totalmente esenti da imposte in Italia ?.
E non è finita. Tra i boss della Seat e i soci della Otto-Ottobi vi è totale sintonia di interessi. Pelliccioli (quello dei 160 miliardi di lire di liquidazione), comincia col non distribuire il dividendo del bilancio 1997, che spetterebbe per la quasi totalità al Tesoro (Ciampi, Prodi premier), rimasto azionista della Seat fino al 25 novembre. Evidentemente deve esserci un accordo tra acquirenti (i Magnifici Otto) e il venditore (il Tesoro, cioè Ciampi, premier Prodi), in base al quale quest’ultimo rinuncia ad incassare la quasi totalità dei 78,5 milioni di euro di utile netto dell’esercizio 1997. Ma questi profitti non riscossi non sono gli unici che lo Stato lascia “in dote” ai nuovi azionisti. La società (Seat) viene infatti consegnata alla Otto-Ottobi con 258 milioni di euro di liquidità che il Tesoro (Ciampi, premier Prodi), volendo, potrebbe prelevare con un dividendo straordinario, così come farà con l’Enel poco prima della privatizzazione. Dagli 1,65 miliardi di euro di valutazione della Seat all’atto della vendita bisognerebbe quindi sottrarre, a rigor di logica, i quasi 337 milioni di euro di disponibilità finanziarie che i nuovi azionisti vi trovano in cassaforte. Il dettaglio non è di poco conto perché l’acquisizione della Seat si configura come un’operazione con cui gli acquirenti finanziano l’acquisto dell’azienda con la liquidità che essa ha “in pancia”, con l’obiettivo di rivenderla e ricavarci una maxi-plusvalenza quando le quotazioni saranno salite alle stelle.
All’inizio del febbraio 1999 il Cda Seat decide di distribuire un dividendo straordinario di 905 milioni di euro dando fondo alle riserve di bilancio. Questo dividendo va ad aggiungersi a quello ordinario, che per l’esercizio 1998 ammonta a 148 milioni di euro, praticamente al 100% dell’utile. Quindi oltre 1 miliardo di euro di dividendo complessivo, di cui 645 milioni affluiscono nelle casse della Otto-Ottobi…la società acquirente della Seat preleva dunque dalle casse di quest’ultima, a un anno e mezzo soltanto dalla privatizzazione, una quota capitale addirittura superiore al debito contratto per acquistarla. A farne le spese è la Seat, che passa da un saldo positivo di 387 milioni di euro a uno negativo, cioè ad un debito netto di 671 milioni di euro. Questo sì che è creare valore!!!!!
All’inizio del 1999 gli investitori della Otto-Ottobi possiedono il 61,27% delle azioni ma per mantenere il controllo è sufficiente il 50% più un’azione. Incaricano la Lehman di collocare presso investitori istituzionali l’11% del capitale…e l’operazione si consuma in un attimo generando un incasso di oltre 465 milioni di euro. Prima 645 milioni di euro di dividendo e ora altri 465 milioni dalla vendita di un pacchetto di azioni. Si comincia a rientrare ampiamente dall’investimento effettuato meno di due anni prima.
Sarà una coincidenza, ma la vendita di quell’11% della Seat spinge i suoi azionisti, nel febbraio 1999, a trasferire anche la proprietà della Otto-Ottobi in Lussemburgo, dove la maggioranza dei soci ha già eletto il proprio domicilio. Dalla sera alla mattina, il 61,27% della Seat viene trasferito nel Granducato a due società di nuova costituzione, la Huit I e la Huit II, fotocopia (siamo nel febbraio’99, il ministro del Tesoro è Ciampi, premier D’Alema) di quelle utilizzate 18 mesi prima per l’acquisto dal Tesoro (’97, ministro del Tesoro Ciampi, premier Prodi). E’ l’apoteosi dell’elusione fiscale. Ma il ministro delle Finanze Visco sembra disinteressarsene. Ignorando il trasferimento della proprietà della Seat in Lussemburgo, lo Stato italiano si nega di fatto la possibilità di incassare le imposte (tasse) sulle plusvalenze che saranno realizzate al momento della vendita a Telecom.
Quadro riepilogativo della svendita di “Seat Pagine Gialle” (cioè d’oro):
Riassunto di come si acquista dallo Stato (la Seat) che ha un terzo di fatturato aziendale già garantito (da Telecom) fino al 2007, con fideiussioni (del socio nell’affare) Comit (finanziamento del debito studiato da Cossutta), e si diventa miliardari in euro in due anni senza nemmeno pagare le tasse. Cioè in poco più di due anni la “cordata” che s’è aggiudicata la Seat, pagandola 853,7 milioni di euro, ha cavato dalla società stessa 935 milioni di euro di dividendi che le hanno permesso di rimborsare i 622 milioni di euro di debiti contratti per l’acquisto, spese accessorie incluse. Se ai dividendi aggiungiamo i 465 milioni di euro ottenuti dalla vendita dell’11% di azioni, pari a una rivalutazione del 255% in due anni, otteniamo un primo bilancio dell’incredibile operazione. Pelliccioli, Drago, Cossutta, Tazartes, Erede: ecco i nuovi finanzieri della seconda repubblica.
Dal 1999…la proprietà delle azioni Seat si è spostata in Lussemburgo, dove il fisco italiano non arriva, e tutto è pronto per il colpo finale: la vendita alla Telecom, passaggio propedeutico alla fusione Seat-Tin.it.
Tra poco vedremo i soci della Huit convolare a nozze con Roberto Colaninno.
Ma in che mani sono finiti quei 6,71 miliardi di euro (13 mila miliardi di lire!!!) pagati dalla Telecom per comperare il controllo della Seat ? Che strade hanno battuto prima di arrivare a destinazione ? (l’affare Telekom-Serbia ne sa qualcosa ?) Per ora si possono dare risposte parziali. Si può per esempio affermare, senza tema di smentita, che quei 6,71 miliardi di euro, usciti da una società con sede sociale a Torino (la Telecom) per l’acquisto di un’altra società domiciliata nella stessa Torino, a qualche isolato di distanza (la Seat), sono transitati per uno Stato nel quale non si pagano imposte, che garantisce il più assoluto anonimato in fatto di investimenti (il Lussemburgo).
Ndr: I 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire) versati dalla Telecom ai soci della Seat si sono persi in un labirinto di società in cui finora nessuno ha voluto addentrarsi. E se cominciassimo ad occuparcene ??
Per ulteriori informazioni consigliamo la lettura del libro “L’affare Telecom” di Giuseppe Oddo e Giovanni Pons Sperling & Kupfer Editori.

NOTA: tratto da SBFC.
Articolo a firma Vittorio Baroffio interamente tratto dal sito laseatsiamonoi.com.
Qui l’articolo originale
fonte blog: "questa è la sinistra italiana"

venerdì 2 settembre 2011

Penati, ora i magistrati vogliono sentire anche Maran


E alla fine, l’inchiesta della Procura di Monza sul «sistema sesto» arriva a Palazzo Marino. Il giovane assessore alla Mobilità Pierfrancesco Maran, 31 anni, verrà infatti sentito come persona informata sui fatti dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia. La data del faccia a faccia non è ancora stata fissata, ma l’intenzione dei magistrati è capire quali furono le pressioni sull’esponente della giunta Pisapia.
Maran - sponsorizzato da Filippo Penati in occasione delle ultime amministrative - sarebbe stato l’uomo giusto da contattare per avere protezioni nel sistema dei trasporti. Ad avvicinarlo, secondo le accuse, sarebbero stati sia Piero Di Caterina (titolare della società Caronte srl, che aveva un contenzioso aperto con Atm), sia Antonio Rugari, presidente del Consorzio trasporti pubblici. Il ruolo critico di Maran viene sottolineato dalla Procura. Dubbi che energono da alcuni sms intercettati dagli investigatori della Guardia di finanza. «Lo scorso 13 giugno - scrivono i pm -, quasi in contemporanea con la vittoria del candidato del centrosinistra alle Comunali di Milano, l’imprenditore Antonio Rugari, non indagato, si muove presso Penati per perorare la causa di Piero Di Caterina, il grande accusatore dell’ex sindaco di Sesto. Pochi giorni prima, Di Caterina aveva scritto a Rugari per manifestare l’intenzione di contattare quelli che sarebbero stati nominati assessori nella nuova giunta milanese al verosimile scopo di risolvere il contenzioso con Atm per la suddivisione degli introiti». Di lì a poco, Rugari si attiva e scrive a Penati: «Caro Filippo, considerata come è andata a Milano, credo che si possa tentare di risolvere la questione di Piero (Di Caterina, ndr), prima che si vada oltre certi limiti e si degeneri. Magari ci possiamo vedere per capire come agire». E chi sarebbe il «gancio»? Proprio Maran. L’assessore comunale, in un’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, ammette: «Le pressioni su di me ci sono state, ma abbiamo respinto ogni tentativo». Di fatto, il giovane titolare ai Trasporti conferma le accuse dei pm monzesi. Gli imprenditori di Sesto che fin lì avrebbero trovato una sponda in Penati, si sarebbero mossi per cercare un contatto utile anche nel Comune di Milano, avvicinandolo. In ballo, infatti, c’erano milioni di euro. Circa 14. Quelli che Di Caterina pretendeva da Atm, per la distribuzione degli utili del Sitam, il Sistema integrato tariffario dell’area milanese, e che non gli sarebbero state corrisposte in ragione del «peso politico» dell’Azienda di trasporti milanese. Ma le carte di Atm sembrano raccontare un’altra storia.L’azienda di trasporti partecipata dal Comune, infatti, ha denunciato Di Caterina alla Procura di Monza in due occasioni (giugno 2010 e ottobre dello stesso anno). Le ricostruzioni fatte dall’imprenditore, secondo Atm, sarebbero diffamatorie. Una lunga battaglia legale non ancora conclusa. Perché se è vero che il giudice ha rigettato i ricorsi della Caronte contro le gare indette dal Comune di Segrate e da Poste Italiane (entrambe vinte da Atm), e nel procedimento civile sulla gara indetta da Palazzo Marino per la linea 712 (trasporto opubblico Cinisello-Sesto) è stato respinto il ricorso della società di Di Caterina, restano invece aperti i contenziosi proprio sulla questione dei proventi Sitam. Soldi che gli imprenditori vicini a Penati avrebbero provato a recuperare avvicinando il giovane Maran.

Il crac da un miliardo della regina delle Coop: rovinate 9mila persone


Il tribunale ufficializza il dissesto della Coopcostruttori di Ferrara: alle famiglie solo 8mila euro di risarcimento. La fine dell’ex «patriarca» Donigaglia: un tempo sceglieva i sindaci, ora tutti lo evitano.


Da una parte gli 8mila euro a famiglia: il risarcimento che la Lega coop ha fatto avere ai «soci». Colletta di solidarietà, ha partecipato anche l’Unipol (ma più di qualcuno tra i cooperatori vincenti ha storto il naso nel mettere mano al portafogli). Ottomila euro, niente, per chi ha perso tutto, i risparmi di una vita, in parecchi anche il lavoro. Dall'altra parte i 1.075 milioni di euro (duemila miliardi delle vecchie lire), oltre novemila creditori: la dimensione appena ufficializzata dal Tribunale di Ferrara del crac che ha sfarinato la Coopcostruttori. Tra queste due cifre si srotola l'autunno del «patriarca rosso», Giovanni Donigaglia, 65 anni, ex presidente e padre padrone di quella che era la perla della cooperazione di sinistra.
Un fantasma. Adesso nessuno lo conosce. «Ma le colpe - dicono in paese - non sono solo sue».
I numeri messi in fila nella loro relazione dai tre commissari straordinari nominati nel luglio 2003 dal governo - Ettore Donini, Franco La Gioia, Renato Nigro - semplicemente mettono i brividi. 198 milioni di debiti verso i cosiddetti creditori «privilegiati» (lavoratori, banche, professionisti). Loro forse recuperano qualcosa. Tra i «creditori chirografari» che invece rischiano di non vedere un centesimo ci sono migliaia di ditte, artigiani, fornitori (137 milioni di fatture inevase e ben 63 milioni di cambiali). E, sempre a migliaia, i «soci sovventori e prestatori». Chi sono? Lavoratori, pensionati, famiglie comuni di tutta la zona, che nelle casse della coop hanno versato 80 milioni di euro. Per la precisione 43 milioni «custoditi» - si fa per dire - nei libretti di deposito, ché la Coopcostruttori per decenni ha fatto raccolta del risparmio senza che nessuno avesse da ridire; e altri 36 milioni «investiti» (sempre per modo di dire) nelle Azioni di partecipazione cooperativa (Apc), con interessi dal 4 al 7 per cento «più sicuri che in Posta, più convenienti che in banca» come ripeteva Donigaglia. Bruciati, polverizzati.
Di chi la colpa? Egidio Checcoli, presidente della Lega coop regionale, è stato sindaco d'Argenta, presidente della Lega di Ferrara; è quello che è rimasto più vicino al «patriarca rosso», fino all'ultimo, fino a rischiare di bruciarsi anche lui. «Donigaglia? Donigaglia è Donigaglia...» risponde scrollando le spalle. Alla Lega di Bologna spiegano che «è successo quello che è successo per il suo delirio d'onnipotenza, per il fare sempre il passo più lungo della gamba». Quanto alla rabbia di risparmiatori e «soci», è difficile che arrivino altri «rimborsi», ché, un po’, se la sono cercata anche loro: «Se uno gioca alla roulette» aggiungono sempre alla Lega, «se insegue gli interessi mirabolanti di Donigaglia, be’, poi non può lamentarsi...».
Vero. Ma troppo comodo. Giovanni Donigaglia, da parte sua, è un uragano sul punto di esplodere. Chiuso nella sua vita di pensionato per forza (dal giugno 2003), non rilascia interviste. Ma non perde occasione per ribadire che: lui ha sempre finanziato il partito, non si è mai tirato indietro di fronte alle pressioni della Lega. «Quando negli anni di Tangentopoli i magistrati volevano solo sapere “quanti soldi hai pagato al Partito?”, “quanti soldi hai dato ai dirigenti?”, e venivano fatti i nomi di altissimi dirigenti, se avessi parlato questo avrebbe consentito a me ed alla Cooperativa una vita più agevole» dice.
E ha ragione anche lui. Perché il «patriarca rosso» è un pezzo del «socialismo reale all'emiliana», l'«unico», come va ripetendo con involontario umorismo Edmondo Berselli, «che ha funzionato nel mondo». Donigaglia aveva il compito più difficile: oliare le ruote, far girare la lira, garantire l’illusione che il partito pensa a tutto e il presupposto stesso su cui si basa il sistema di potere targato Pci-Pds-Ds che qui, ad Argenta, come a Modena, Bologna, ha sempre funzionato al meglio ma a una condizione: nessun dissenso. In cambio Donigaglia ha avuto un potere enorme. Era lui a decidere i sindaci, da Argenta a Ferrara, i segretari di federazione.
«La Coopcostruttori? Era un ente di beneficenza» sintetizza un investigatore impegnato nell’inchiesta penale, parallela alla procedura di liquidazione, che sta conducendo la Procura di Ferrara. La cronistoria tracciata dai tre commissari straordinari non lascia molti dubbi. Da quando la Coopcostruttori nasce nel ’74, per volere del Pci che ordina di concentrare le vecchie coop, si specializza nell'assorbire aziende e cooperative in crisi: dalla «Fornaci Molino» (laterizi) alla fabbrica di piastrelle di Comacchio «Ex nuova Cer.Fe» andata a gambe all'aria, dal fallimento della Felisatti (utensili elettrici) alla «Progresso srl», alla Cei, altra grossa cooperativa di Ferrara (800 dipendenti) fallita nell'87. E così via.
Nel ’74 i dipendenti erano 274, nel ’91 alla vigilia di Tangentopoli e dei quattro arresti di Donigaglia sono 1.600, nel 2002 dopo il decennio più nero nel settore dei grandi appalti 2.300. I commissari hanno accertato che tutti i cantieri sparsi in Italia, soprattutto al Sud e in Sicilia, erano in perdita. I bilanci falsi, la contabilità inesistente. Le spese per le trasferte, i buoni benzina, gli straordinari, semplicemente folli. Adesso è arrivato il conto.





fonte: Pierangelo Maurizio il giornale.it

Una vita a lottare contro i privilegi delle coop adesso Caprotti si prende la sua rivincita



Il decreto toglierà le agevolazioni fiscali alle cooperative che per anni hanno fatto cartello contro il libero mercato. A lungo ha fronteggiato i numerosi colpi bassi delle "sorelle rosse"

È un giorno come qualsiasi altro per Bernardo Caprotti: mattinata nel quartier generale di Pioltello, alle porte di Milano; pranzo con i collaboratori più stretti; pomeriggio di nuovo al lavoro, nel riserbo, secondo il leggendario stile di vita del «Dottore». Potrebbe essere il giorno della rivincita per l’ottantaseienne patron di Esselunga, uno degli imprenditori più schivi - e di maggiore successo - d’Italia. È il giorno in cui il governo ha annunciato che eliminerà i privilegi fiscali alle cooperative. E proprio Caprotti, nel settembre di quattro anni fa, pubblicò il bestseller Falce e carrello (Marsilio editore) nel quale raccontava i colpi bassi subìti dal gioco di sponda tra la Legacoop, gigante economico legato al Pci-Pds-Ds, e le amministrazioni locali di sinistra.
Caprotti non ha mai indossato i panni del fustigatore. Il suo non era un libro-denuncia, ma una esposizione di fatti, scritta con un linguaggio sobrio e accompagnata da una mole di documentazione pubblicata on-line. Il racconto di una serie di vicende imprenditoriali che sembravano iniziative sfortunate, mentre in realtà erano state affossate dalla strategia delle «coop sorelle» per tenere lontana la concorrenza dal mercato della grande distribuzione in larghe zone del Paese.

Licenze commerciali lasciate scadere, ma prontamente girate dalle amministrazioni di sinistra alle coop «amiche». Ritrovamenti archeologici etruschi usati per dissuadere Esselunga dall’insediarsi nel cuore di Bologna. Terreni pagati all’asta sei volte il loro valore di mercato pur di impedire che l’imprenditore brianzolo aprisse un supermercato a Modena. Operazioni preparate con meticolosità e con l’impiego di ingenti capitali erano state mandate in fumo in un batter d’occhi.
Non si trattava di episodi riconducibili alla normale dialettica della concorrenza, ma tappe di un preciso disegno per bloccare l’espansione di Esselunga e tentarne la scalata. 
Tuttavia le coop non avrebbero potuto mettere in campo la loro manovra se non potessero contare su un trattamento normativo e fiscale che le pone in situazione di vantaggio. Gli stretti rapporti con gli enti locali governati dalla sinistra non spiegano tutto. Ed è questo livello, quello dei privilegi, che viene colpito dal provvedimento del governo Berlusconi.
Le coop sono scalabili perché nessun socio può avere la maggioranza delle quote, quindi in qualche modo si sottraggono alle leggi del mercato. Hanno manager con poteri quasi illimitati, nel bene e nel male. Sono prive del fine di lucro e dovrebbero destinare parte degli utili (non tassati) a scopi mutualistici. Gran parte delle imposte sono deducibili dal reddito: in questo modo, per esempio, l’Ires (Imposta sul reddito delle società) incide sull’utile lordo delle coop per il 17 per cento, contro il 43 che abbatte l’utile di una società non cooperativa.
E poi le coop possono evitare di rivolgersi alle banche per ottenere capitali, perché incamerano ingenti somme in prestito dai soci ai quali garantiscono un doppio vantaggio. 
I soci infatti godono di tassi di assoluto favore (Unicoop Firenze rende l’1,65 per cento, molto più di qualsiasi banca), sul quali si applica l’aliquota fiscale del 12,5 per cento contro il 27 per cento dei depositi bancari. E in un buon numero di casi, i bilanci delle coop vengono controllati e certificati da società riconducibili alle grandi centrali mutualistiche.
Questa massa di esenzioni fiscali doveva garantire la vita della miriade di piccole e piccolissime realtà cooperative che operano prevalentemente nel sociale. Ma nei mercati più vasti si trasformano in meccanismi distorsivi. 
Le grandi coop sono presenti nella grande distribuzione e nell’agroalimentare, nel credito e nelle assicurazioni, nelle costruzioni e nell’impiantistica, nel settore immobiliare e dei servizi ospedalieri, perfino nella telefonia mobile e addirittura nel mercato dei farmaci. 
Esse operano sul mercato dei capitali, raccolgono risparmio, emettono azioni e obbligazioni, si quotano in Borsa pur conservando franchigie (come le agevolazioni tributarie e la non contendibilità grazie al voto capitario nelle assemblee) di cui i concorrenti non godono.
Le cooperative hanno perso l’anima», disse una volta l’ex segretario della Cgil Bruno Trentin all’Unità. Forse, togliendo un po’ di privilegi, gliela restituirà un governo di centrodestra.

martedì 30 agosto 2011

Omeopatia, dentista e psicologo tutti i rimborsi per i deputati 12 aprile 2011

Per la prima volta viene tolto il segreto su quanto costa ai contribuenti l'assistenza sanitaria integrativa dei deputati. Si tratta di costi per cure che non vengono erogate dal sistema sanitario nazionale (le cui prestazioni sono gratis o al più pari al ticket), ma da una assistenza privata finanziata da Montecitorio. A rendere pubblici questi dati sono stati i radicali che da tempo svolgono una campagna di trasparenza denominata Parlamento WikiLeaks.
Va detto ancora che la Camera assicura un rimborso sanitario privato non solo ai 630 onorevoli. Ma anche a 1109 loro familiari compresi (per volontà dell'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) i conviventi more uxorio.
Ebbene, nel 2010, deputati e parenti vari hanno speso complessivamente 10 milioni e 117mila euro. Tre milioni e 92mila euro per spese odontoiatriche.
Oltre tre milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in ospedali o strutture convenzionati dove non si paga, ma in cliniche private). Quasi un milione di euro (976mila euro, per la precisione), per fisioterapia. Per visite varie, 698mila euro. Quattrocentottantotto mila euro per occhiali e 257mila per far fronte, con la sicoterapia, ai problemi psicologici e psichiatrici di deputati e dei loro familari.
Per curare i problemi delle vene varicose (voce "sclerosante"), 28mila e 138 euro. Visite omeopatiche 3mila e 636 euro. I deputati si sono anche fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto il rimborso all'assistenza integrativa del Parlamento per 153mila euro di ticket.
Ma non tutti i numeri sull'assistenza sanitaria privata dei deputati, tuttavia, sono stati desegretati. "Abbiamo chiesto - dice la Bernardini - quanti e quali importi sono stati spesi nell'ultimo triennio per alcune prestazioni previste dal 'fondo di solidarietà sanitarià come ad esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio sportivo ed elettroscultura (ginnastica passiva). Volevamo sapere anche l'importo degli interventi per chirurgia plastica, ma questi conti i Questori della Camera non ce li hanno voluti dare". Perché queste informazioni restano riservate, non accessibili?
Cosa c'è da nascondere?
Ecco il motivo di quel segreto secondo i Questori della Camera: "Il sistema informatizzato di gestione contabile dei dati adottato dalla Camera non consente di estrarre le informazioni richieste. Tenuto conto del principio generale dell'accesso agli atti in base al quale la domanda non può comportare la necessità di un'attività di elaborazione dei dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, non è possibile fornire le informazioni secondo le modalità richieste".
Il partito di Pannella, a questo proposito, è contrario. "Non ritengo - spiega la deputata Rita Bernardini - che la Camera debba provvedere a dare una assicurazione integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto proprio avendo gia l'assistenza che hanno tutti i cittadini italiani.
Se gli onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, a farsi un'assicurazione privata. Non si capisce perché questa 'mutua integrativà la debba pagare la Camera facendola gestire direttamente dai Questori". "Secondo noi - aggiunge - basterebbe semplicemente non prevederla e quindi far risparmiare alla collettività dieci milioni di euro all'anno".
Mentre  a noi   tagliano  sull'assistenza  sanitaria e  sociale  è deprimente scoprire che alla casta  rimborsano  anche massaggi e chirurgie plastiche private - è il commento 
del presidente dell'ADICO, Carlo Garofolini - e sempre nel massimo silenzio di tutti.

fonte Marco Chierici
https://www.facebook.com/pages/MARCO-CHIERICI/129583067072550 )


«Noi amazzoni stuprate da Muammar e dai suoi uomini»

TRIPOLI - Almeno cinque tra le «amazzoni» di Gheddafi denunciano di essere state ripetutamente violentate dal dittatore e dal suo entourage. Dovevano essere la bandiera delle nuove donne liberate nella Libia del Libro Verde e delle felici militanti del regime. E invece le loro storie gettano fango su un altro dei simboli del Colonnello in fuga, braccato dai ribelli. La denuncia arriva dalla psicologa Seham Sergewa, già nota per le ricerche sugli stupri di massa nella ex Jugoslavia durante i conflitti degli anni Novanta. Citata dal Sunday Times di Malta, la Sergewa si trova ora a Bengasi dove, lavorando specialmente nei campi profughi, sostiene di essersi resa progressivamente conto della gravità delle violenze sulle donne. La studiosa afferma di avere le testimonianze di almeno cinque donne, guardie del corpo del dittatore, che descrivono dettagliatamente gli abusi subiti e si dicono pronte a parlarne in tribunale. Si crede che, in tutto, le donne guerriere fossero circa 400. Una di queste spiega di essere stata ricattata dal regime e costretta con la forza a servire tra le amazzoni. «Avevano catturato mio fratello di ritorno in Libia da una vacanza a Malta. La polizia segreta lo accusava di avere droga nel bagaglio. Lo avrebbero imprigionato per anni se non avessi acconsentito», racconta la ragazza. Una volta entrata tra le miliziane del gruppo d' élite, sarebbe stata costretta prima a soggiacere ai desideri del Colonnello, quindi dei figli e degli ufficiali più alti. «Noi ragazze più giovani eravamo usate come giocattoli. Prima andavamo da Muammar Gheddafi, poi lui ci passava agli altri. Si divertivano, poi si stancavano e ci buttavano via», testimoniano le altre. La cautela è però necessaria. Non pare infatti strano che ora tanti tra i collaboratori più stretti del regime cerchino di sconfessare il loro passato recente. Ieri per esempio alcuni degli interpreti che sino a due settimane fa erano impiegati dai servizi segreti per accompagnare e sorvegliare i giornalisti stranieri si erano già messi a disposizione di quelli arrivati in città assieme ai ribelli per riciclarsi nel nuovo lavoro. E ovviamente tutti avevano storie fantasiose per spiegare quanto in effetti fossero sempre stati «anti Gheddafi». La questione delle accuse di violenze sessuali non è nuova. Da mesi entrambe le parti accusano i nemici di fornire Viagra ai loro soldati per violentare le donne e terrorizzare i civili. La Sergewa stessa ne aveva già parlato in primavera. Ma Amnesty International, pur non negando il fenomeno, propendeva per limitare i numeri. Lei oggi parla di circa 6 mila violentate. Il presidente del Tribunale internazionale dell' Aja, Luis Moreno Ocampo, ha appena ordinato un' inchiesta. L. Cr. RIPRODUZIONE RISERVATA


fonte: Corriere della sera

Dalla banca dati del Fisco la radiografia dell'evasione in Italia.


Le nuove tecniche mettono in luce le incoerenze: a Prato
i rifiuti pro capite rivelano che c'è chi lavora in nero.




ROMA - Il contribuente italiano, in media, evade 17 euro e 87 centesimi per ogni 100 euro di imposte versate al Fisco. Se però si escludono i redditi che non si possono evadere (lavoro dipendente, pensione, interessi su Bot e conti correnti, eccetera) la percentuale sale a ben 38 euro e 41 centesimi. Ma in certe zone questa evasione arriva a 66 euro mentre in altre scende a 10.
Anche precisando che nell'imposta non versata è compresa pure quella frutto di errori e quella dovuta a mancati pagamenti da parte delle aziende colpite dalla crisi, resta il fatto che parliamo di livelli di evasione comunque molto alti. Dentro c'è di tutto. Si va dagli scontrini e dalle ricevute che non sono stati emessi all'attività svolta completamente in nero, dall'Iva non pagata all'immobile non dichiarato, dalle parcelle richieste sottobanco alle truffe sulle compensazioni fiscali. Insomma, chi non subisce la ritenuta alla fonte e può evadere non ci sta troppo a pensare. E così sottrae al Fisco, in media, ben più di un terzo dell'imposta che dovrebbe pagare, con punte di due terzi e oltre.
Ma come si è arrivati a questi dati? Prendete 50 indicatori statistici di tipo economico, sociale, finanziario, demografico. Seguitene l'andamento dal 2001 a oggi. Incrociateli tra di loro per ognuna delle 107 province italiane. Compattateli su otto dimensioni: bacino di contribuenti, attitudine a pagare le tasse, condizione sociale, struttura produttiva, tenore di vita, dotazioni tecnologiche, caratteristiche orografiche del territorio. Ecco che avrete Dbgeo, DataBaseGeomarket, la nuova banca dati appena messa a punto dall'Agenzia delle Entrate e che servirà agli uomini e alle donne guidati da Attilio Befera per meglio orientare i controlli antievasione e per meglio distribuire sul territorio il servizio della stessa Agenzia ai cittadini.
Un database contro i furbi
Dbgeo è innanzitutto un potente strumento di conoscenza. Che può far scoprire molte cose, partendo dal generale e arrivando fino al particolare, al dettaglio provinciale e perfino cittadino. Tanto per fare un esempio: a livello nazionale, il Tax gap, cioè il rapporto tra imposta versata e imposta dovuta sulla base del reddito presunto (ricavabile dai dati Istat), è pari appunto al 38,41%. Ma questo dato si può articolare sul territorio e scoprire che la propensione a evadere varia molto.
Per ora l'Agenzia ha fatto una prima aggregazione in otto gruppi omogenei e su questa base ha costruito una mappa dell'Italia a colori e una tabella di sintesi, le stesse che potete vedere in queste pagine. Osservando i risultati, si scopre così che si va da un tasso di evasione minima, pari in media al 10,93%, per il gruppo che comprende le province dei grandi centri produttivi - Milano, Torino, Genova, Roma, Lecco, Cremona, Brescia - a uno massimo del 65,67% nel gruppo che contiene le province «difficili» di Caserta e Salerno in Campania, di Cosenza e Reggio in Calabria e di Messina in Sicilia.
In quest'ultimo gruppo, quindi, caratterizzato anche da alti tassi di criminalità organizzata, disagio sociale, truffe e altre frodi (6.726 per milione di abitanti, contro una media nazionale di 4.625), mediamente ogni 100 euro d'imposta versata se ne evadono quasi 66. Appena sotto, troviamo, con un tasso d'evasione del 64,47%, l'area che comprende tutte le altre province del Sud (incluse Nuoro, Oristano e Ogliastra in Sardegna), ad eccezione di Bari, Napoli, Catania e Palermo, dove il Tax gap è mediamente inferiore (38,19%). Tra i «virtuosi», con un tasso d'evasione del 20,31%, troviamo molte province del Nord-Est e dell'Emilia Romagna e le province di Cuneo e di Firenze. I tecnici di Befera sottolineano che si tratta di prime aggregazioni e che andando più in dettaglio la realtà è ancora più a macchia di leopardo e quindi concludono: «L'usuale dicotomia Nord-Sud non è sufficiente a rappresentare la situazione».
Evasione e tenore di vita
Ma alcune correlazioni sono già evidenti. Dove il tenore di vita è basso e minore è la presenza dello Stato la compliance fiscale, cioè l'attitudine a pagare le tasse, è inferiore. Questo spiega anche perché nelle aree ad alta evasione fanno eccezione le grandi città con una struttura produttiva più solida, tipo Napoli o Palermo, che presentano dati migliori di Tax gap rispetto al territorio circostante.
Un'altra considerazione che gli specialisti dell'Agenzia ci tengono a fare è che una cosa è il tasso di evasione presunta e una cosa diversa sono i valori assoluti dell'evasione. Questi ultimi, infatti, si concentrano nelle zone più ricche del Paese. E quindi anche se qui il tasso di infedeltà fiscale è basso, le somme che non vengono versate nelle casse dell'erario sono molto elevate, mentre nelle zone povere, anche se l'evasione è alta, si può recuperare meno. Tutte informazioni e considerazioni consentite dal nuovo database, che contribuiranno a orientare le scelte strategiche dell'Agenzia.
Le prossime tappe
Il database potrà essere migliorato nella quantità e nella qualità, aggiungono i tecnici. Dentro Dbgeo sarà ovviamente possibile aggregare i dati anche per categorie di contribuenti (dipendenti, autonomi, imprenditori) e per dimensione e natura dell'azienda (numero dipendenti, ragione sociale, settori). Ma la nuova banca dati potrà servire anche ad altri rami della pubblica amministrazione.
Per esempio, si è scoperto che la provincia di Prato produce una quantità di rifiuti urbani pro capite tra le maggiori d'Italia e questo probabilmente sta a dimostrare quanti residenti in nero ci siano, magari impiegati in forme di schiavismo cinese nella produzione del tessile. Non solo evasione fiscale, quindi. Ma anche quella contributiva (Inps), per non parlare dei gravi reati penali che potrebbero più efficacemente essere indagati e perseguiti.



I controlli e i servizi
Befera però è deciso a utilizzare le potenzialità di Dbgeo anche per una migliore organizzazione degli sportelli e del personale dell'Agenzia sul territorio. Per distribuire meglio gli ispettori, ma anche i servizi al pubblico. In Sardegna, per esempio, dove c'è un territorio ampio, scarsamente popolato, con molti comuni difficili da raggiungere, si è però constatato c'è una forte diffusione di Internet e quindi su questa base si potrebbe pensare a una riorganizzazione più funzionale, dicono gli esperti, cercando di potenziare i servizi telematici per rendere sempre meno necessario al contribuente dover andare presso gli uffici del Fisco.
L'anno scorso l'Agenzia delle Entrate ha recuperato alle casse dello Stato 11 miliardi di imposte evase, circa il 10% di tutta l'evasione stimata. Per quest'anno l'obiettivo è più ambizioso. Grazie anche a Dbgeo.



fonte: Corriere della sera

Evviva i Canadesi !!


Una canadese "pacifista" scrive al proprio Governo lamentandosi di come vengono trattati i terroristi detenuti in Afganistan.

Le risponde il Ministro della Difesa.

"Stimata cittadina attivista, grazie per la Sua lettera con la quale ci esprime la preoccupazione per come trattiamo i terroristi talebani e di Al Qaeda catturati dalle Forze Armate Canadesi.
Per rispondere alle lamentele che riceviamo da cittadini attivisti come Lei, abbiamo creato un nuovo programma di pacifismo ed integrazione per i terroristi.
In base a questo programma, abbiamo deciso di selezionare un terrorista e destinarlo "alla pari" nella Sua famiglia.
Da lunedì prossimo avrà il piacere di ricevere a casa Sua Alí Mohamed Amé Ben Mahmud (Lei, comunque, può chiamarlo più semplicemente Amé ).
Sono certo che vorrà trattarlo esattamente come, nella Sua lettera di protesta, Lei chiede che facciano le Forze Armate canadesi.
E' probabile che dovrà farsi coadiuvare da altre persone in questo compito.
Ogni settimana il nostro Dipartimento Le farà una visita di ispezione per verificare che vengano osservati i principi e le attenzioni che Lei rivendica nella Sua lettera.
Mi sento in dovere di avvisarLa che Amé è uno psicopatico esageratamente violento; confidiamo tuttavia che Ella, grazie alla sensibilità che ha manifestato nella Sua lettera, possa brillantemente superare questo inconveniente.
Inoltre, il Suo ospite è estremamente efficiente nel combattimento corpo a corpo e può uccidere con una semplice matita o un tagliaunghie.
Infine, Amé è abile a fabbricare artefatti esplosivi con prodotti casalinghi; Le consigliamo quindi di tenere lontano dalla sua portata questi prodotti a meno che non ritenga che il farlo possa offendere la sensibilità di Amé.
Il terrorista non vorrà avere rapporti né con Lei né con le Sue figlie (eccezion fatta per i rapporti sessuali), in quanto considera le donne come esseri inferiori, o addirittura come semplici oggetti da usare.


Questo è un aspetto molto delicato in quanto ha manifestato reazioni violente verso le donne che non intendono rispettare la legge islamica.
Auspico, pertanto, che non Le dia fastidio il dover portare sempre il burqa: in tal modo Lei contribuirà al rispetto della cultura altrui nonché dei principi che ha espresso nella Sua lettera.
Ancora grazie per la Sua preoccupazione; siamo orgogliosi di annoverare nel nostro Stato persone come Lei e renderemo pubblica a tutti i nostri connazionali la sua cooperazione.
Auguri e che Dio La benedica!
Cordialmente
Gordon O'Connor.
Ministro della Difesa.

Nota.
Anche se sembra uno scherzo, la lettera è assolutamente vera ed è stata pubblicata su tutti i quotidiani canadesi.

P.S.: Non si è più sentito nulla della Sig.ra pacifista.
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domenica 28 agosto 2011

una pensione d’oro, ben 1.369 euro al giorno.

L’avvocato Felice Crosta si è battuto per un paio d’anni, ma alla fine è riuscito nel suo intento. L’ex presidente dell’agenzia dei Rifiuti potrà godersi una pensione d’oro, ben 1.369 euro al giorno.








Attenzione:non al mese, al giorno. E’ questo il contenuto della sentenza pronunciata dalla Corte dei Conti. Insomma, in tempi di tagli alle spese, suona alquanto strano e soprattutto contraddittoria questa notizia. Tuttavia, Crosta insiste dicendo che quei soldi gli spettano e che non voleva rinunciarvi. Infatti, ciò era stato previsto da una legge della Regione siciliana, la quale era stata oggetto di approvazione ai tempi del governatore Cuffaro. Facendo due conti, Crosta riceverà una pensione mensile che si aggira a cifre record, ben 41.600 euro lordi. Facendo un paragone, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano percepisce un’indennità annuale di circa 220 mila euro, oppure facciamo l’esempio di Carlo Azeglio Ciampi, il quale prima di entrar a far parte del Quirinale, si fece garantire una pensione mensile di 34 mila euro. E’ possibile aggiungere che in base ai dati forniti da l’Espresso nel 2008, agli ex presidenti della Consulta, Romano Vaccarella e Gustavo Zagrebelsky, erano state attribuiti assegni di quiescenza pari a 25.097 e 21.332 euro ogni mese. In pratica, in base a questi dati Felice Crosta si appresterebbe a ricevere la medaglia d’oro del dipendente pubblico più pagato all’interno del territorio italiano. Inoltre, ha conquistato un altro record, ebbene sì, ha sfondato il tetto ai trattamenti previdenziali «obbligatori» che era stato previsto nell’ottobre del 2003 da parte del consiglio dei ministri: 516 euro al giorno. Durante il corso degli ultimi dieci anni, Crosta ha cercato di gestire il problema dell’emergenza rifiuti in Sicilia. Anche se pare non sia riuscito a risolverla del tutto: gli Ato, cioè gli organismi incaricati di garantire il servizio di raccolta e smaltimento, hanno messo da parte un debito che si aggira ad un miliardo di euro, in più la gara per i termovalorizzatori è stata oggetto di annullamento con un provvedimento emesso da parte dell’Unione europea e i cassonetti strabordanti vengono paragonati a quelli presenti in Campania. Anche se gli insuccessi non sono di certo mancati per Crosta, nel marzo del 2006 l’ex governatore Salvatore Cuffaro ha deciso di concedergli dei compensi alle stelle, cifre che hanno sfiorato i 460 mila euro. La notizia dell’assegno mensile record non ha certo ricevuto ampi consensi, specialmente da Raffaele Lombardo, a capo della Regione Sicilia. In più, oltre alla beffa anche il danno, difatti oltre all’assegno mensile, l’ente si vedrà costretto a riconoscere a Crosta circa un milione di arretrati e la somma circa la rideterminazione del Tfr. Inizialmente, l’amministrazione aveva riconosciuto solamente 219 mila euro all’ex presidente, così Crosta si era rivolto alla Corte dei Conti al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto. In alcune dichiarazioni rilasciate da Crosta, l’ex dirigente ha affermato che quel denaro non è di certo un regalo, ma la giusta retribuzione per un lavoro che ha avuto la durata di ben 45 anni. L’unica chance rimasta alla Regione siciliana attualmente con i conti in rosso (ben due miliardi di deficit) è quella di proporre appello contro la sentenza pronunciata dalla Corte dei conti. La pensione di Crosta risulta essere l’ennesimo peso aggiunto alla spesa previdenziale, infatti sono oltre 560 i milioni da pagare per garantire le pensioni ad un’armata di ex dipendenti (14.917). Queste spese a cui la Regione siciliana deve far fronte, pesano tutte su di essa, dato che non ha ancora attivato un fondo quiescenza, anche se lo ha istituito per legge. In più, la Regione sta continuando a fornire pensioni a tutti quelli che riescono a dare prova di avere un parente infermo di cui prendersi cura. Questa rappresenta un’estensione della legge n. 104, che ha premiato ben 700 impiegati andati a riposo con 25 anni di anzianità (per le donne sono sufficienti 20). Situazione di cui ha profittato anche l’ex segretario generale Pier Carmelo Russo, il quale a dicembre, in seguito al pensionamento, ha ottenuto la carica di assessore regionale da parte del govenatore Lombardo.