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domenica 17 aprile 2011

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Il Processo breve NON FARÀ PRESCRIVERE i processi sulla strage di Viareggio, sull'Aquila, sul crack Parmalat...basta con le bugie della Sinistra!

Cerchiamo di fare un po di chiarezza su un provvedimento che ha lasciato troppo spazio alle invenzioni della sinistra.

L'impatto di questa norma è legato a due circostanze: riguarda solo i processi in primo grado che sono stati 125mila nel 2009 e solo gli incensurati che sono il 55% sul totale dei condannati. Quindi i processi penali a rischio diventano circa lo 0,2% mentre ogni anno si prescrivono in media il 5% dei procedimenti penali aperti (466 ogni giorno). Per il disastro di Viareggio con questa nuova norma la prescrizione maturerebbe in 23 anni e 4 mesi, cioè nel 2032. Mentre la prescrizione dell'omicidio colposo plurimo scatterebbe nel 2044.
Analoghe considerazioni vanno fatte anche sull'Aquila: i reati per cui è scattato il processo si prescrivono in 10 anni, aumentabili a 11. Siamo a soli due anni dal terremoto credo ci sia tutto il tempo per portare a termine il processo.


Ma per essere ancora più chiari vi riporto una sintesi dell'intervento del Ministro Alfano che risponde in aula alle accuse della sinistra sul cosiddetto "processo breve". Un intervento molto preciso che smentisce una ad una tutte le accuse dell'opposizione.

1. I dati
In Italia si prescrivono, in media, ogni anno circa 170.000 procedimenti penali, 466 al giorno.
Attualmente, in Italia i processi penali durano, in media, 317 giorni in primo grado, 738 giorni in Corte d’appello e 204 giorni in Cassazione: dunque, un processo attraversa i tre gradi di giudizio in 1.259 giorni, ossia in tre anni e cinque mesi.
A questi tempi processuali vanno sommati i tempi delle indagini che durano, sempre in media, circa 400 giorni. In primo grado, con il rito monocratico, il 46% dei processi viene celebrato in meno di sei mesi, il 19% tra sei mesi e un anno, il 18% tra un anno e due anni e, infine, il 17% in oltre due anni.
Con il rito collegiale, dove si trattano i processi più gravi, le classi di durata si rallentano leggermente con il 36% dei processi celebrati entro sei mesi ed il 23% in oltre due anni.

2. L’impatto della norma
Ai fini della corretta valutazione di impatto della norma in discussione, che modifica i termini della prescrizione, occorre tenere conto di due circostanze:
- essa riguarda solo i processi di primo grado. Le prescrizioni in primo grado sono state circa 125.000 nel 2009;
- il beneficio riguarda solo gli imputati incensurati, che in base ai dati del casellario giudiziario sono in media il 55% sul totale dei condannati.
Se si applicano queste considerazioni alla stima di impatto quantitativa che è circolata in questi giorni, allora è corretto dire che i processi penali a rischio diventano circa lo 0,2%, mentre ogni anno si prescrivono in media il 5% dei procedimenti totali aperti, che sono attualmente 3.290.000 in tutti i gradi di giudizio.
Sempre sul dato delle prescrizioni si osservi come circa 100.000 prescrizioni annuali avvengano già in fase di indagini preliminari con richiesta al GIP. La maggior parte delle prescrizioni si consuma già in fase di indagini, ancor prima del dibattimento, per una selezione di gravità dei reati operata dai pubblici ministeri. Sulla base di questa prassi sono i processi meno importanti che vengono lasciati indietro.
3. La vera questione
La domanda concreta dovrebbe essere un’altra: quanti, tra questi processi a rischio prescrizione, la quotidiana esperienza giudiziaria insegna che pochi di questi processi giungerebbero all’ultimo grado di giudizio. In realtà anche quei pochi che fossero riusciti a superare la barriera del primo grado, sarebbero andati incontro alla prescrizione nei successivi gradi di giudizio e questo anche in considerazione della durata media del processo di appello, che è più del doppio rispetto a quella di primo grado.
In questi giorni sono state diffuse informazioni terroristiche relative all’impatto di questa norma. Mi riferisco specificamente alla strage di Viareggio e de L’Aquila. Il disastro di Viareggio avvenne nel giugno 2009. L’autorità giudiziaria sta procedendo per reati gravissimi, come l’omicidio colposo plurimo e il disastro ferroviario, puniti con pene molto severe e che si prescriveranno in un tempo lontanissimo. Ebbene, se la norma all’esame del Parlamento fosse approvata, la prescrizione del disastro ferroviario di Viareggio maturerebbe in 23 anni e quattro mesi, quindi nel 2032, e la prescrizione dell’omicidio colposo plurimo addirittura dopo, fino a un massimo di 35 anni dai fatti, quindi nel 2044.
Analoghe considerazioni possono farsi sul disastro de L’Aquila, se è vero che il termine di prescrizione ordinaria è di 10 anni, aumentabile ad 11, anzi specificamente 11 anni ed otto mesi. A soli due anni dalla tragedia del sisma abruzzese credo vi sia tutto il tempo per definire il giudizio. Peraltro il termine di prescrizione si ridurrebbe di soli dieci mesi.
Poichè la norma tocca solo la posizione degli incensurati e non anche quella dei recidivi, non riguarda i termini di prescrizione dei reati, che restano invariati, ma riguarda il surplus di durata del processo determinato dai cosiddetti atti interruttivi della prescrizione, che si riduce mediamente di qualche mese.
Ad esempio per le truffe, per l’aggiotaggio e per il market abuse, si passerebbe dall’attuale tetto massimo di 7 anni e sei mesi a 7 anni; per reati più gravi, come la bancarotta fraudolenta, il furto pluriaggravato, la rapina semplice, l’usura e la violenza sessuale, si passerebbe dagli attuali 12 anni e sei mesi a poco più di 11 anni e sei mesi; per la bancarotta fraudolenta ed aggravata (il caso Parmalat) si passerebbe dai 18 anni e nove mesi a 17 anni e sei mesi; per le lesioni volontarie (il caso Clinica Santa Rita) si passerebbe da 8 anni e nove mesi a 8 anni e due mesi.
Anche per i reati contro la pubblica amministrazione il surplus di durata del processo nei confronti degli incensurati viene ridotto di pochi mesi: di sei mesi per il reato di corruzione (da 7 anni e sei mesi a 7 anni) e di otto mesi per la corruzione in atti giudiziari (da 10 anni a 9 anni e quattro mesi). Per reati di particolare allarme sociale, come l’omicidio colposo commesso in violazione di norme sulla circolazione stradale e sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, si passerebbe da 17 anni e sei mesi a 16 anni e quattro mesi, che diventano addirittura 23 anni e quattro mesi, se il fatto è commesso da chi guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.
In definitiva, il regime della prescrizione resta quello introdotto nel 2005. La nuova norma, dunque, si limita a completare la riforma del 2005 per differenziare la posizione dell’imputato incensurato da quella del recidivo.
Se poi il reato, invece di prescriversi in dieci anni - mi riferisco a quello cui ha più volte ha alluso l’opposizione - si prescriverà in nove anni e quattro mesi, occorrerebbe piuttosto domandarsi come mai in un tempo così lungo non si sia ancora arrivati nemmeno a una sentenza di primo grado.

Quando era la Sinistra a volere il Processo Breve.

L'opposizione tuona contro il processo breve,  ma dimentica che il copyright di questo provvedimento le appartiene di diritto. Furono cinque senatori dei Ds infatti a proporre un ddl nel 2004 che prevedeva le stesse cose del ddl Alfano. Con un'eccezione: la prescrizione valeva per tutti i processi, indistintamente.
C’è uno scheletro in un armadio politico che è bene portare alla luce per ridare equilibrio al dibattito sulla giustizia. Uno scheletro chiamato processo breve. E l’armadio che dal 2004 lo nasconde è quello del centro sinistra. Precisamente dei Ds. Perché il 22 gennaio 2004, i primi a scrivere un ddl sul tema furono cinque senatori del partito allora guidato da Piero Fassino.
Parliamo di Guido Calvi, esperto penalista, di Elvio Fassone, magistrato di Cassazione, di Alberto Maritati, ex procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, di Giuseppe Ayala, magistrato della procura di Palermo e collaboratore del giudice Falcone e di Massimo Brutti, responsabile giustizia dei Ds.
Insomma gente che di giustizia ha molto da insegnare.

Ebbene, cosa prevedeva il ddl? Praticamente provvedimenti simili a quelli presentati dalla maggioranza attuale, come i limiti di tempo per ogni grado di giudizio: due anni per il primo grado, due per l’appello, due per il terzo, per un totale di sei anni di processo.
E se i termini vengono sforati? Prescrizione, così come prevede la proposta del Pdl. Ma con un’eccezione abbastanza rilevante però. Nel ddl diessino la prescrizione riguardava tutti i processi, indistintamente, salvo che non fosse stato più conveniente all’imputato applicare la vecchia normativa.
Al contrario del ddl attuale che prevede almeno l’esclusione dalla prescrizione per i reati più gravi come terrorismo, mafia, pedofilia, sequestro di persona, sfruttamento della prostituzione minorile, stragi.
Il ddl alla fine non andò in porto, ma siccome repetita iuvant, appena due anni dopo, precisamente il 26 luglio 2006, la senatrice Anna Finocchiaro, presidente del Pd, firmò il ddl numero 878 insieme a Brutti, Calvi, Casson e Pegorer. E cosa prevedeva questo nuovo testo? Le stesse cose del ddl diessino precedente. Prescrizione "in due anni, sia per la fase delle indagini preliminari, sia per ogni grado di giudizio". Due anni per il primo grado, due per l'appello, due per la Cassazione.

Ma non è finita qui. Cosa prevedeva il programma elettorale di Veltroni del 2008 in tema di giustizia?
Al punto 4, intitolato “Diritto alla giustizia giusta, in tempi ragionevoli”, sono elencati una serie di provvedimenti speculari a quelli proposti dalla maggioranza di governo attuale e cioè: “razionalizzazione e accelerazione” del processo civile e del processo penale, anche attraverso la prescrizione dei reati; snellimento della macchina della giustizia, gestione manageriale degli Uffici giudiziari e processo telematico per eliminare gli infiniti iter cartacei. E nel programma c’era anche il richiamo alla classifica relativa ai tempi della giustizia, in cui l’Italia figura tra gli ultimi posti in Europa.

 

Domenico Ferrara - Il Giornale

16 aprile 1973 Rogo di Primavalle. Noi non dimentichiamo.

Il 16 aprile è una data che dovrebbe essere ricordata, ma in troppi hanno dimenticato. Il 16 aprile 1973, alle 3 di notte, un commando di "Potere operaio" - una delle tante formazioni della sinistra extraparlamentare di quegli anni - composto da Manlio Grillo, Marino Clavo e Achille Lollo entra di soppiatto in una palazzina di via Bibbiena a Roma, quartiere Primavalle. Dopo aver scavalcato il cancelletto d'ingresso, i tre si dirigono verso la soglia di un appartamento. Uno di loro versa circa dieci litri di benzina, un altro tiene inclinato un ripiano in modo che il combustibile filtri all'interno dell'alloggio. Infine, i tre accendono una miccia e scappano. Una vampata, un'esplosione, e quando i famigliari che occupano l'appartamento si svegliano e aprono la porta, il disastro è ormai compiuto. La cubatura del casermone popolare crea un effetto di aspirazione, la tromba delle scale si trasforma in una cappa tirante e l'appartamento in un camino di combustione.
La famiglia all'interno dell'alloggio che brucia è composta da papà Mario Mattei, che si salva gettandosi da una finestra, mamma Annamaria, miracolosamente fuggita attraverso la porta di casa portando con sè il figlio più piccolo, Giampaolo, di soli tre anni, e altri quattro figli: Lucia, di 15 anni, si getta da un balconcino ed è afferrata al volo dal padre; Silvia, 19 anni, si butta dalla veranda della cucina e se la cava con due costole e tre vertebre rotte. Ma gli altri due non ce la fanno: Virgilio Mattei, di 22 anni, e Stefano, di soli 10 anni, restano intrappolati tra le fiamme e muoiono carbonizzati. Un quartiere attonito, svegliato dalle fiamme e sceso in strada, assiste dal vivo alla morte dei due fratelli. Persino un fotografo, Antonio Monteforte, immortala Virgilio appoggiato al davanzale della finestra, agonizzante.
Perché è successo? Mario Mattei è segretario della sezione del Msi di Primavalle. Un "fascista". E negli anni in cui "Uccidere un fascista non è reato" va punito, anche a costo di stroncare giovani vite in modo crudele.
Quello che succede dopo è anche peggio, se possibile. La macchina perversa del "Soccorso Rosso" si attiva prontamente, sia per proteggere gli assassini, arrestati quasi subito, sia per elaborare tesi innocentiste a dir poco vergognose. Viene pubblicato un libro: "Primavalle, incendio a porte chiuse", con lo scopo di dimostrare la teoria per l'appunto dell'"incendio a porte chiuse", ossia che i Mattei si siano bruciati la casa da soli. O sono diffuse tesi ugualmente strampalate sul "regolamento di conti interno tra militanti del Msi".
Nessuno, negli ambienti della sinistra ma non solo, crede alla colpevolezza dei militanti di Potere Operaio. O si fa finta di non credere. Tant'è che Achille Lollo riceve lettere di stima e solidarietà da leader politici, come Riccardo Lombardi del Psi, e intellettuali come Franca Rame, che il 28 aprile 1973 scrive al "caro Achille" (Lollo) augurando, tra parole intrise di comprensione e affetto, "una brutta fine al giudice Sica", ossia il giudice che l'ha inquisito. Persino Jacopo Fo, figlio di Dario Fo e Franca Rame, disegna vignette satiriche di assai dubbio gusto sul rogo di Primavalle.
Poi arriva la giustizia: nel primo grado i tre aguzzini sono assolti per insufficienza di prove, nel secondo condannati a 18 anni per omicidio preterintenzionale. Preterintenzionale!
Achille Lollo, rilasciato in attesa del processo di appello, fugge in Brasile, dove ancora attualmente è militante attivo del Pt, il partito dei lavoratori di Lula. Manlio Grillo scappa in Nicaragua con la complicità di Oreste Scalzone. Marino Clavo fa perdere le sue tracce.
Ogni 16 aprile, ma non solo, sarebbe bene ricordare che tre assassini non hanno mai pagato per avere ucciso in modo efferato un ragazzo di 22 anni e un bambino di 10. E che gli stessi tre, in nome dell'odio politico e di un'ideologia discutibile, sono stati difesi strenuamente da politici e intellettuali. Uno degli intellettuali di "Soccorso Rosso", Dario Fo, anch'egli in prima linea nel difendere gli assassini del rogo di Primavalle, anni dopo ha vinto un premio Nobel.


di Riccardo Ghezzi

sabato 16 aprile 2011

Gambizzato vicepresidente Casa Pound.

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Andrea Antonini, consigliere romano della XX circoscrizione e vicepresidente di Casa Pound, è stato gambizzato ieri mentre camminava per le strade della capitale.
Due uomini in motorino lo hanno affiancato mentre si trovava in Via Flaminia e hanno esploso due colpi, ferendolo.
L’uomo, che è già stato dimesso dall’ospedale, non era in pericolo di vita. Antonini è consigliere di centro destra nella XX circoscrizione di Roma, quella di Tor di Quinto-Vigna Clara, e ha una delega allo sport.

Se fosse stato gambizzato un qualche esponente di un centro sociale a quest'ora ci sarebbe speciali su ogni rete televisa e sarebbe già martire nazionale!  Vergogna!

Per chi ama la democrazia e la libertà, ha nel suo animo un sentimento che si chiama libertà di tutti e per tutti e la ricerca continua di tutte quelle libertà di cui ha bisogno l'uomo nella sua continua crescita.

venerdì 15 aprile 2011

Notizie da Parma. Banca Monte.

Suicidio di una Fondazione.
Negli ultimi anni Parma è assunta all’onore delle cronache economico-finanziarie nazionali più per situazioni “sconvenienti” che per operazioni brillanti: crac Parmalat, bond equivalenti a carta straccia, Tep-Mb, Stt-Spip, fallimento Banca Monte per nominare solo le principali.
Per quanto riguarda quest’ultima, si sono verificate tutte le funeste previsioni che noi della Lega e alcuni consiglieri assieme ai consulenti stessi della Fondazione avevamo più volte sottolineato, allarmati dalle criticità della conduzione sia della banca che della Fondazione e dalle sconsiderate operazioni finanziarie deliberate che, inevitabilmente, hanno portato alla perdita dell’ultima banca a carattere locale esistente ancora sul territorio. L’ingresso di un grande gruppo bancario come Intesa-San Paolo, porterà sicuramente alla salvaguardia dei posti di lavoro e alla ripresa delle funzioni che hanno da sempre contraddistinto la Banca Monte: il finanziamento delle attività produttive e delle famiglie del territorio. Ma questo non può e non deve porre in secondo piano il fallimentare operato dell'attuale proprietà, cioè della Fondazione Banca Monte; vogliamo ricordare  per l’ennesima volta che, nonostante i pareri contrari di un paio di consiglieri, le azioni intraprese negli ultimi tre anni dalla dirigenza della Fondazione hanno portato alla perdita quasi totale del patrimonio della Fondazione stessa, oltre ad impoverire la città dell’abituale contributo annuo che si aggirava sui 15 milioni di euro. In pratica, dai 450 milioni di euro che era il valore del patrimonio stimato tre anni fa con l’uscita di Banca MPS, dopo l’ingresso di Banca Intesa e con l’inevitabile aumento di capitale richiesto da Banca d’Italia, il patrimonio residuo scenderà, nella più ottimistica delle ipotesi, a circa 80 milioni di euro; ci chiediamo: se in tre anni la Fondazione è riuscita a disperdere un patrimonio di 370 milioni di euro, in quanti mesi dilapiderà i residui 80 milioni? Riteniamo che riusciranno a stabilire un nuovo record se diamo la giusta importanza alle manovre che si stanno attuando dietro le quinte per far sì che, anche dopo il prossimo rinnovo del consiglio di amministrazione della Fondazione, “i burattinai” rimangano gli stessi, soprattutto quelli che dapprima hanno cercato di screditare ed affossare le nostre tesi per poi sposarle, a danno compiuto, un anno dopo. Esiste un ulteriore pericolo: la delegittimazione dell’azione di responsabilità che alcuni consiglieri di Fondazione hanno mosso contro la precedente dirigenza di Banca Monte; a tal proposito ci sembra alquanto strano che in sede di CdA di Fondazione, a fronte di una azione legalmente e moralmente sacrosanta, un consigliere abbia votato contro e il presidente si sia astenuto: solidarietà verso i colpevoli? E questo dopo l’arrivo delle sanzioni pecuniarie che la Banca d’Italia ha comminato solo ai consiglieri della banca nominati dal maggior azionista: Fondazione Banca Monte; più indicazione di colpevolezza di così!!!! La partita non è ancora finita: sicuramente emergeranno altri debiti (ricordiamo che il bilancio 2010 si è chiuso con un deficit consolidato di 60 milioni di euro e che nessuno è in grado di fare una previsione sul 2011) e si cercherà di far scendere il silenzio sui singoli responsabili; ma la Lega Nord vigilerà continuamente affinché si arrivi a cambiare effettivamente pagina e a ridare un’immagine di efficienza e trasparenza non solo alla Fondazione ma a tutta la città.

Andrea Zorandi
Segretario sezione di Parma della Lega Nord

La maggioranza incassa il processo breve l’opposizione i colpi dei franchi tiratori

di Lucia Bigozzi14 Aprile 2011

Il via libera della Camera al processo breve dice due cose. Sul piano politico conferma che la maggioranza c’è e in Parlamento ha i numeri. Sul piano tecnico passa un provvedimento che da un lato l’Europa ci impone, dall’altro rappresenta una battaglia di principio contro i processi-lumaca, gli stessi per i quali lo Stato paga 118 milioni di euro di risarcimento alle vittime dei ritardi di una giustizia inefficiente. Ai quali si aggiungono le cause intentate per la lentezza dei rimborsi, come indica il dossier del Centro studi di Montecitorio. E non è che si può non fare una norma che l’Europa ci impone e che serve ai cittadini perché in mezzo ci sono anche i processi di Berlusconi il quale è sì il premier ma è pure un italiano come tutti gli altri.
In tutta questa vicenda c’è molta strumentalizzazione ed è la storia, tribolata, della norma a dimostrarlo: un anno di stop and go, polemiche a non finire manifestazioni di piazza e barricate dalle opposizioni, compresi i finiani che prima dell’uscita dal Pdl hanno condizionato dall’interno l’iter del provvedimento, poi dall’esterno facendo muro insieme a Casini, Bersani e Di Pietro. Una norma uscita dal Senato e profondamente modificata alla Camera con una mediazione lunga e difficile sui contenuti (e dunque frutto di una mediazione politica alla quale il centrodestra non si è sottratto) nella quale, al netto dei contenuti, si è innestata l’ennesima ‘crociata’ anti-berlusconiana degli avversari vecchi e nuovi.
Dalla norma ad personam o salva-Berlusconi in giù, in questi lunghi mesi dentro e fuori il Parlamento se ne sono viste e sentite di tutti i colori e il punto è sempre lo stesso: togliere di mezzo il Cav. non per via politica ma per via giudiziaria e la via maestra che così ostinatamente il fronte delle opposizioni ha cercato di perseguire, ad esempio nel processo Mills sbandierato come la ‘prova regina’ della legge ad personam, è portare il premier in tribunale e ad una sentenza di condanna in primo grado per impostare su questo l’ennesima grancassa mediatica finalizzata a indebolirne l’immagine da qui alle elezioni politiche che, a questo punto, visti i numeri di ieri in Parlamento, sembrano rinviate al 2013. Si può forse contestare la tempistica del provvedimento (in Parlamento) ma non la sua necessità, tantomeno aizzare la piazza come accaduto nelle settimane scorse e pure ieri davanti a Montecitorio dove il popolo indignato a prescindere ha ripetuto il solito cliché: morte al tiranno. Arrivando perfino a strumentalizzare il dolore di chi nella tragedia di Viareggio o nel terremoto dell’Aquila ha perso familiari e amici sostenendo che con questa legge i responsabili resteranno impuniti.
Alla Camera la maggioranza ha superato lo scoglio forse più temuto: con 314 sì e 296 no l’Aula ha approvato il disegno di legge che ora torna al Senato. Non solo ma ha incassato otto voti in più rispetto a quelli di Pdl, Lega e Responsabili nel passaggio più delicato di tutta la giornata: il voto a scrutinio segreto chiesto e ottenuto dal Pd su un emendamento all’articolo 3 del ddl, quello sulla riduzione dei tempi della prescrizione. Otto voti arrivati dalle file dell’opposizione rivelando se mai ce ne fosse stato bisogno da un lato la debolezza dell’opposizione e la linea perseguita dalla sinistra in tutti questi mesi, dall’altro che poi questa norma alla fine cosìm deleteria per il Paese non è. Otto voti che hanno scatenato la bagarre fuori e dentro l’Aula.
L’attenzione si è appuntata sui finiani e in particolare sui moderati, i parlamentari vicini a Urso e Ronchi sempre più insofferenti per la gestione del partito (leggi Bocchino). Entrambi hanno smentito parlando di “falsità” ma i ‘sospetti’dell’ala oltranzista di Fli restano e su questo ieri si è innestato un’altra bagarre futurista. Tuttavia c’è anche chi, in Transatlantico, dava per certo i voti non solo di alcuni finiani ma pure di qualche deputato centrista e democrat.    
Al netto delle congetture, i risultati parlano da soli. Non c’è dubbio che per il Cav. e la maggioranza quella di ieri sia stata una vittoria, politica e di prospettiva. Lo segnalavano in molti nei commenti durante la maratona a Montecitorio sottolineando come adesso il centrodestra possa procedere sulla via delle riforme. La stessa indicazione arrivata dal premier che ai suoi ha ribadito: ora andiamo avanti come un treno.
Che Berlusconi veda ormai come certo il traguardo naturale di questa legislatura, nel 2013, è un fatto che nelle file della maggioranza viene dato per assodato e che lui stesso ieri avrebbe confermato commentando l’esito del voto a Montecitorio. Ma è pur vero che in questa fase nel Pdl si sono rimesse in moto le correnti e le cene, le riunioni, i summit più o meno carbonari di questi giorni dicono che nel partito si è riaperta la corsa al dopo. E non è certo passato inosservato il ragionamento che lo stesso premier ha fatto incontrando alcuni giornalisti stranieri, ventilando l’ipotesi futura di un suo passo indietro, rilanciando Angelino Alfano come suo successore e candidando Gianni Letta al Quirinale. Ipotesi rilanciata dal Wall Street Journal che, sul suo sito web annuncia l'intenzione del Cavaliere di farsi da parte. '”Se ci sarà bisogno di me come padre nobile, sono disponibile. Potrei essere capolista, ma non voglio un ruolo operativo”, sono le parole virgolettate attribuite al Cav. dal quotidiano statunitense. Stessa lettura dal Guardian che titola: “Berlusconi ha annunciato che non correrà alle prossime politiche del 2013 e ha indicato in Alfano la persona alla quale intende affidare il partito”.
Dall’entourage del premier si fa sapere che la premessa di Berlusconi è stata “dipenderà dai sondaggi” ma ciò che ieri in Transatlantico molti deputati pidiellini rilevavano è il fatto che il premier sia perlomeno tentato dall’idea di farsi da parte una volta condotta in porto la legislatura. Del resto il passaggio della conversazione con i cronisti esteri fa il paio col ‘messaggio’ consegnato a Giuliano Ferrara che domenica dalla colonne del Giornale ha evocato il sogno di un Cavaliere che avverte i suoi: attenzione, potrei mollare. E’ pur vero che nei ranghi del partito si legge tutto ciò come una tattica per calmierare i movimentismi interni al Pdl, il raffiorare delle correnti e riportare tutti alla ragionevolezza e alla coesione. Allo stesso tempo, può essere un modo per spronare tutti alla competizione, anche nei confronti della Lega, specie in questa fase nella quale i sondaggi parlerebbero di un calo di consensi per il partito del Senatur.
Certo è che nonostante la prova di compattezza dimostrata ieri a Montecitorio nel Pdl le acque restano agitate. Ieri sera alla cena degli scajoliani si è tornati a puntare l’indice sulla necessità di un coordinatore unico alla guida del partito (Denis Verdini) e di un riconoscimento politico per l’ex ministro dello Sviluppo economico che può contare su una sessantina di parlamentari e che non meno di qualche settimana fa in un’intervista evocò la possibilità di costituire gruppi parlamentari autonomi se nel partito non si fosse cambiato registro. I fedelissimi smorzano il clima e ribadiscono che non c’è alcuna divisione, si marcia compatti, ma al tempo stesso fanno capire che la “tregua” è solo rinviata a dopo le amministrative.
C’è poi la questione dell’integrazione tra ex Fi ed ex An con questi ultimi intenzionati a riempire gli spazi lasciati dai finiani e in questo senso la ‘partita’ vedrebbe impegnati gli alemanniani e i matteoliani piuttosto critici nei confronti di La Russa, sia per il doppio incarico di ministro e coordinatore del partito che per la questione di incarichi e nomine che a detta degli aennini più malpancisti avrebbe penalizzato le aspettative di quanti non gravitano direttamente nell’orbita larussiana.
Un tentativo di riconciliazione è in programma stasera nella cena dei ministri e dei capigruppo di Camera e Senato all’hotel Valadier. Servirà a spengere il fuoco che cova sotto la cenere, non solo nel partito ma anche nel governo dove alcuni ministri hanno da tempo messo nel ‘mirino’ Giulio Tremonti