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venerdì 30 settembre 2011

Le conclusioni lucide di un Parmigiano doc prima e di un Leghista poi!


Alcune cose non tornano.

In un periodo in cui servirebbero calma e balle ferme , riflessione e profonda anamnesi (meglio parlare chiaro), si trovano persone che festeggiano. E non lo fanno per un trionfo, ma per un fallimento.
In questi anni Parma è stata una tavolozza di colori, tutti con toni accesi e intensi, dal rosso acceso al blu profondo, passando per il giallo intenso e terminando nel nero profondo: assenza di colore e di luce, buio impenetrabile.

No, così non va bene, si ricomincia malissimo.

Il clima da stadio, i festeggiamenti, i termini utilizzati in tutta questa vicenda sono sbagliati. Ad iniziare dal nome: gli INDIGNADOS. Un termine straniero, spagnolo, perché così la fantasia viaggia è diventa quasi una protesta “esotica”, quindi ancor più spettacolare. Ma in realtà non sono le 5 persone che brindano, le 50 che urlano o le 500 che si radunano sotto i Portici del Comune quelli che hanno fatto cadere il Governo Vignali.
Il Governo Vignali è caduto in tre fasi principali: una prima fase in cui si è mal pianificata la spesa pubblica sulla spinta di quelle che a molti sono parse più manie di grandezza che reali necessità (questo ha portato ad un ingigantimento dell’indebitamento già preesistente), una seconda fase in cui gli appoggi delle classi sociali politicamente ed economicamente più influenti sono venuti a mancare per vari motivi (questo ha causato la perdita della visibilità e della propaganda volta ad enfatizzare tutto quanto era di vetrina per nascondere tutto quello che non funzionava negli scantinati) ed una terza fase finale in cui abbiamo assistito ad un vero e proprio suicidio della Giunta stessa (che è implosa nei sui componenti principali e secondari schiacciata da accuse gravissime di corruzione).

E quindi a cosa stiamo assistendo?

Il dubbio è che ci sia qualcuno molto scaltro che sta pilotando il pensiero popolare e voglia “mettere il cappello” all’inizio di questa nuova stagione. Qualcuno che si approfitta della buona fede dei più e che cerca di far molto rumore per coprire alcuni avvenimenti che è meglio far passare in sordina.
È il caso dell’inceneritore: tanti “urlatori”, visti in questi giorni in piazza Garibaldi, sostengono che questa Giunta non ha mai ascoltato i reali bisogni dei Parmigiani; ma molti di questi sono gli stessi militanti politici degli schieramenti che sostengono interventi come quello del PAI (Polo Ambientale Integrato), e quindi assistiamo al paradosso di vedere inveire gli uni accanto agli altri i ragazzi del PD con quelli del movimento GCR contro quello che viene dipinto come unico male di Parma, ma in realtà ne è solo parte.
Nella confusione prolifera il malgoverno: in questa situazione c’è il pericolo che i cittadini si sentano “importanti” perché ritengono di essere stati la motivazione della caduta della Giunta Vignali, cosa non vera, e quindi credano di aver avuto un ruolo “attivo” nella nascita del rilancio della nostra amata Parma. Per la Giunta Vignali le proteste sotto i Portici del Grano (siamo in Italia) sono state soltanto un ronzio fastidioso, il ruolo dei parmigiani (TUTTI, non una piccola parte indignata) non è ancora stato produttivo per il benessere di Parma. Il vero ruolo importante della cittadinanza arriverà ora, quando dovrà decidere cosa fare per il proprio futuro e dovrà adoperarsi per operare delle scelte. I cittadini devono entrare tutti nella vita politica di Parma, ognuno a proprio modo fornendo elementi costruttivi e non distruttivi, cercando di appoggiare chi riterrà essere una vera alternativa efficiente a chi ha sbagliato in precedenza, ma senza farsi raggirare da chi finge di essere fatto di una pasta differente quando in realtà è solo più subdolo di chi lo ha preceduto.
Il compito della Lega Nord é ascoltare i parmigiani e far capire che la sua stessa essenza è Parma.

Maurizio Campari.

Notizie dal Governo.


LA PROPOSTA DI LEGGE BITONCI: NUOVI CRITERI PER LA RIPARTIZIONE DELL’8 PER MILLE STATALE APPROVATA ALL’UNANIMITA’ DALLA CAMERA.

Apprezzamento bipartisan in Parlamento per la proposta di legge formulata dall’On. leghista Massimo Bitonci dal titolo: “Modifica all'articolo 48 della legge 20 maggio 1985, n. 222, concernente laripartizione della quota dell'otto per mille del gettito dell'imposta sul reddito delle persone fisiche a diretta gestione statale", che questa mattina ha ottenuto il voto favorevole della Camera dei Deputati.
Sono soddisfatto per la favorevole ed unanime espressione di voto su questa proposta di legge – ha dichiarato il Deputato Bitonci subito dopo dopo l’approvazione. - Questa legge,  che non va a toccare lamateria regolata dal Concordato in quanto l’otto per mille riservato alla Chiesa non viene minimamente toccato da questa norma, che continua a garantirle annualmente circa un miliardo di euro - incide sui criteri e sulle procedure adottati per la ripartizione delle quote, rafforzando il ruolo del Parlamento e delle Commissioni, che finalmente deciderannno con specifico atto di indirizzo sulla ripartizione della quota di competenza dello Stato.
Con questa proposta si sono affrontati alcuni problemi e criticità emersi nell’applicazione della legge finora in vigore, inserendo anche correttivi volti a precisare i criteri di selezione degli interventi da finanziare. Ricordo come le categorie degli interventi siano quattro e cioè: fame nel mondo, calamità naturali, tutela del patrimonio artistico-storico, assistenza ai rifugiati.
Finalmente con l’approvazione di questa legge, che ovviamente dovrà ottenere il voto favorevole anche del Senato, ci sarà un’equilibrata distribuzioneterritoriale dei finanziamenti ed una priorità importante verrà riservata alle richieste degli enti locali rispetto alle altre.
Da ultimo, oltre ad aver eliminato con mio specifico emendamento la modifica recentemente introdotta che permetteva il finanziamento dei “buoni vacanza” – che nulla hanno a che fare con i fondi di cui stiamo parlando - si garantisce che la quota dell’otto per mille versata dai contribuenti allo Stato non potrà essere utilizzata per altre finalità, come spesso è accaduto negli anni passati. Oggi, nonostante vari tentativi di cassare la norma durante il lungo iter in commissione, la legge ha ottenuto il voto favorevole dell’intera Camera dei Deputati”.

mercoledì 28 settembre 2011

S & P, ossia Standard end Poor's .


Ricordate la settimana scorsa, quando gli “autorevoli”  giornali di sinistra titolavano a piene pagine il declassamento dell’Italia !? Bene, la realtà come sempre è stata distorta ! Prima di tutto il fatto ha riguardato 4 banche, e non come si vuol indurre a pensare alla Nazione Italia. Certo il segnale è negativo (ma sempre compatibile col triste momento economico)  ma se, come bisognerebbe obbiettivamente  fare, la vediamo globalmente in Europa le Banche declassate sono state diverse e in America addirittura qualcuna è fallita. Ma noi da bravi Italiani abbiamo dovuto (per la precisione hanno voluto!!) sbandierarlo al mondo pur di scrivere di colpe del Governo !! E giù “merda” come se la sinistra vivesse da un’altraparte ! Come se le banche declassate non facessero parte del sistema stesso di cui sono gli stessi fautori.
Ora alla luce dell’annuncio del declassamento di Standard and Poor’s riguardante le Banche che ha indotto Bersani a chiedere le dimissioni del Governo per la milionesima volta,  il declassamento di ben 11 enti locali, fra Regioni e provincie governati dal Pd, Torino, Genova, Milano, Mantova, Bologna, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Marche e Umbria dovrebbe indurre Bersani a dire “ tutti a casa” giusto ? Macchè, neanche per idea!
Ancora non ha parlato anche se solo una settimana fa sentenziava che chi veniva colpito dal giudizio di S&P doveva dimettersi. 
Direte voi, la solita coerenza di sinistra !!
No, non vi preoccupate, una banale dimenticanza !!


Il pensiero verde

lunedì 26 settembre 2011

cose che so su Di Pietro.


È una cosa da malati, lo so, ma altri ci avrebbero già fatto sette/otto libri.
Quella che segue è una seria e particolareggiata ricognizione in tutte le cialtronate di cui Antonio Di Pietro – a proposito di cricche – si è reso magnifico protagonista in passato. È tutto ultra-verificato. L’ho pubblicato su Libero in tre puntate. Soltanto per malati. Ma è tutto verissimo.
Antonio Di Pietro ha sempre avuto avuto un debole per case e casette. Il problema, allora come oggi, è chi fosse a pagarle. L’allora magistrato, dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Novanta, giostrava tra quattro o cinque domicili: il primo lo pagava la moglie, ed era il cascinale di Curno; un secondo lo pagava una banca, ed era l’appartamento di Milano dietro Piazza della Scala, affittato a equo canone dal Fondo Pensioni Cariplo; un terzo lo pagava l’ex suo inquisito Antonio D’Adamo, che gli mise a disposizione una garçonnière dietro piazza Duomo fino al 1994; un quarto appartamento, a Curno, affianco al suo, lo stava finalmente pagando lui: ma coi famosi 100 milioni «prestati» dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini. Ci sarebbe anche un quinto domicilio, a esser precisi: Antonio D’Adamo, che al pari di Gorrini gli prestò altri cento milioni, gli mise a disposizione anche una suite da 5-6 milioni il mese al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto: questo dal 1989 e per almeno un anno e mezzo. Quest’ultimo fa parte del pacchetto di sterminati favori (soldi, auto per sè e per la moglie, incarichi e consulenze per moglie e amici, impiego per il figlio, vestiario di lusso, telefono cellulare, biglietti aerei, ombrelli, agende, penne, stock di calzettoni al ginocchio) che il duo D’Adamo-Gorrini ebbe a favorirgli via via; nulla di penalmente rilevante, sentenziò incredibilmente la Procura di Brescia una decina di anni fa: comportamenti che tuttavia avrebbero senz’altro comportato delle sanzioni disciplinari se Di Pietro non si fosse dimesso da magistrato. A esser precisi: «Fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare», recita una sentenza di tribunale, rimasta insuperata, in data 29 gennaio 1998.
Ma anche i retroscena di acquisti immobiliari all’apparenza normali, come quello della casa di Curno dove l’ex magistrato risiede tutt’ora, rivelano come Di Pietro fosse già Di Pietro.
Un salto ed eccoci al tardo 1984. A Curno, in via Lungobrembo, zona Marigolda, Di Pietro aveva adocchiato un immobile diroccato: una volta risistemato, lui e la sua futura seconda moglie, Susanna Mazzoleni, avrebbero potuto viverci assieme. Fu lei a a contattare il proprietario, Leone Zanchi, un contadino che di quel rudere non sapeva che farsene; ogni intervento diverso dalla cosiddetta «manutenzione straordinaria», infatti, gli era proibito dal piano regolatore. Accettò dunque di vendere il casolare per trentacinque milioni, e il 17 aprile 1985 Susanna Mazzoleni ereditò la concessione edilizia richiesta dallo Zanchi pochi giorni prima, come detto una «manutenzione straordinaria».
La provvidenza farà il resto. La cascina verrà sventrata, ugualmente, dopo l’accidentale crollo di un muro che nottetempo trascinerà con sé tutta la casa. Questo, almeno, scrisse l’architetto Angelo Gotti in data 7 maggio, giorno seguente all’inizio dei lavori che curava personalmente. «Del vecchio fabbricato», notarono due periti comunali, «è rimasto solo il muro a est, la restante parte non c’è più». Susanna Mazzoleni sarà quindi costretta a chiedere di ricostruire tutta la cascina come Zanchi non aveva potuto fare. La provvidenza, appunto. Va da sé che l’ex proprietario andò fuori dalla grazia di Dio, e cominciò a piantar grane tirando in ballo anche Di Pietro. Sulla scrivania dell’assessore competente, Roberto Arnoldi, si materializzò un esposto anonimo di cui non venne fatta copia, né venne passato alle autorità, né finì nel cestino: Arnoldi lo spedì direttamente ai coniugi Di Pietro. Non solo. Arnoldi si fece stranamente attivo e preparò una missiva diretta ai gruppi consiliari, liquidando l’ex proprietario come un beota e parlando di «strumentalizzazione» ai danni del magistrato. Scrisse il 22 maggio: «Di Pietro non risulta tra gli interessati alla concessione, né legato agli stessi da vincoli di parentela». Una bella forzatura, visto che Di Pietro in quella casa andrà a viverci col figlio e con la futura moglie. Ma i particolari curiosi sono altri. Il primo si ricava dalla missiva di Arnoldi: non è lui, infatti, a scriverla, bensì è direttamente l’archietto Angelo Gotti, teste di parte e incaricato dalla Mazzoleni di ristrutturare il cascinale. Assurdo. «Caro Arnoldi», rivela difatti una nota erroneamente dimenticata, «ti trasmetto copia della risposta all’anonimo… non avendo gli esatti indirizzi, ho ritenuto opportuno impostare la risposta in modo tale che tu debba solo far preparare la prima pagina». Fantastico. Secondo particolare curioso: il nome di Arnoldi forse a qualcuno suonerà familiare, perchè nel 1997 diventerà capo di gabinetto dei Lavori pubblici presieduti da Di Pietro. Trattasi di «uel certo Arnoldi», come lo definì l’ex magistrato Mario Cicala, di cui Arnoldi oltretutto prese il posto, che per qualche tempo fu anche una sorta di portavoce di Antonio Di Pietro nei rapporti con la Stampa.
Ma torniamo al casolare. Era passato un po’ di tempo e l’avvocato Mario Benedetti, richiesto di un parere, si dichiarò favorevole alla variante chiesta da Susanna Mazzoleni: purché rispettasse le volumetrie preesistenti. Bocciò, invece, la pretesa costruzione di una serie di garage e lasciò intravedere, comunque fosse andata, la possibilità di una sanatoria edilizia.
I lavori proseguirono a dispetto di qualche rogna. Il sindaco di Curno, Franco Gasperini, si ritrovò due rapporti (16 e 19 dicembre 1988) dove si rilevava «una baracca di legno alta tre metri e mezzo senza autorizzazione del sindaco, d’altra parte mai richiesta». È il capanno degli attrezzi già caro a Tonino Di Pietro, una sorta di leggenda dei tempi di Mani pulite. Il sindaco a quel punto chiese di consultare la «pratica Mazzoleni – Di Pietro», ma «nella ricerca si verificava che era stata fatta un’ulteriore richiesta, del proprietario, di una piscina», scrisse il 30 dicembre, «ma tale fascicolo non veniva ritrovato». Il rapporto di un agente spiegava che risultasse «asportato o trafugato». E’ tutto nero su bianco.
Ma Di Pietro è Di Pietro. Il 3 gennaio 1989 intervenne con una lettera delle sue: «Non ho mai intrattenuto rapporti con alcuno dell’amministrazione comunale… Invito a voler evitare di considerarmi inopinatamente parte in causa… sono venuto a conoscenza che il predetto Zanchi avrebbe riportato frasi calunniose nei miei confronti… sono a richiedervi copia dell’esposto al fine di provvedere a tutelare la mia onorabilità nelle sedi più opportune». Querelava anche allora. E spiegava di non conoscere l’assessore Roberto Arnoldi: anche se nel 1996 lo sceglierà come suo capo di Gabinetto ai Lavori Pubblici.
I documenti scomparsi comunque riapparvero improvvisamente, anche se una nuova perizia, purtroppo, confermava « una costruzione in legno con caratteristiche strutturali tali da violare le norme». Il 25 gennaio venne chiamato a esprimersi un altro avvocato, Riccardo Olivati: dichiarò «sconcerto» per le «sparizioni strane e riapparizioni magiche di documenti» e definì la citata lettera di Arnoldi (quella in realtà fatta scrivere all’architetto Gotti) come «prassi da non ripetere per evitare sospetti di parzialità». E Di Pietro? C’entrava qualcosa? Olivati scrisse che andava eventualmente «segnalato all’autorità giudiziaria», spiegò, solo se «risultasse con prova certa… [che] ha contribuito alla costruzione materiale del manufatto». Il capanno di legno, cioè.
Costruzione «materiale» del capanno di legno. Per fortuna che non era ancora uscita un’agiografia su Di Pietro del 1992 – scritta da giornalisti amici suoi per Pironti editore – laddove si legge proprio questo: «Nella villetta dove abita, a Curno, fin dall’inizio ha progettato e poi realizzato con le proprie mani un capanno degli attrezzi che è il suo regno assoluto e intoccabile».
Per la cronaca: la villetta ha due piani, otto stanze e una taverna.
Verso la fine degli anni Ottanta il nostro magistrato non aveva una fama stupenda: certi suoi trascorsi l’avevano accompagnato sin lì. «Tu gli giri sempre intorno, ai politici, ma non li prendi mai» gli diceva per esempio Elio Veltri, che lo conobbe in quel periodo e che scriverà di lì a poco: «Confesso che qualche volta ho dei dubbi, perché nelle inchieste non arriva mai ai politici. I loro furti sono così evidenti e la loro certezza di impunità così sfacciata, che si fatica a pensare che non si possa incastrarli».
Le perplessità, condivise da molti cronisti giudiziari, erano legate perlopiù alla rumorosissima inchiesta sull’Atm (Azienda Trasporti milanesi) di cui Presidente era il democristiano Maurizio Prada e vicepresidente il socialista Sergio Radaelli. Tra le sigle di un libro mastro delle tangenti spiccavano in particolare «Riva» (che i più ricollegarono a Luciano Riva Cambrin, uomo di Prada) e poi «Radaelli» e «Rad» che era associato spesso a certo «Lupi» (che i più ricollegarono ad Attilio Lupi, uomo di Radaelli). Dunque Prada e Radaelli, pensarono tutti: si era profilato dunque il rischio che Di Pietro incontrasse di giorno gli amici che già frequentava la sera. Prada e Radaelli, infatti, facevano parte di un giro di frequentazioni ad ampio raggio (il sindaco Pillitteri, l’ex questore Improta, l’industriale Maggiorelli, il capo dei vigili Rea tra moltissimi altri) che aveva fatto tappa anche nella casa di Curno dell’allora magistrato, quella descritta nella puntata di ieri. Non mancava, ovviamente, l’industriale Giancarlo Gorrini e tantomeno «Dadone», ossia il costruttore Antonio D’Adamo: che fanno, insieme, più di duecento milioni di «prestito» beneficiato da Di Pietro. E son valori.
Morale: tre giorni dopo che l’impaziente «Repubblica» aveva esplicitato i nomi che tutti aspettavano (Prada e Radaelli) Di Pietro decise di stralciare le loro posizioni dalla sua inchiesta. La posizione di Radaelli, in particolare, sarà poi archiviata su richiesta di Di Pietro. Le responsabilità del cassiere socialista saranno appurate solo qualche anno dopo. Per farla breve: Di Pietro archiviò, ma Radaelli era colpevole.
Perchè questo racconto? Per delineare, quantomeno, un conflitto d’interesse: proprio in quei giorni, quando il gip non aveva ancora accolto l’archiviazione chiesta da Di Pietro per Radaelli, l’allora magistrato ebbe a disposizione un appartamento concesso a equo canone dal Fondo pensioni Cariplo per 234 mila lire il mese, comprese le spese di ristrutturazione: questo in Via Andegari, dietro Piazza della Scala. Un sogno. Siamo nell’ottobre 1988. L’ex sindaco Paolo Pillitteri ha raccontato che Di Pietro si rivolse dapprima a lui, senza successo, ma che gli consigliò di chiedere a Radaelli che allora era consigliere della Cariplo in predicato di vicepresidenza.
Di fatto andò così: il direttore della Cariplo ebbe la dritta per trovare casa a Di Pietro (non si sa ufficialmente da chi) e incaricò un funzionario di provvedere. Quest’ultimo accompagnò Di Pietro in via Andegari, e tutto bene. Venne preparato il contratto che poi venne chiuso in cassaforte. Come si dice: alla luce del sole.
I 20 milioni circa delle spese di ristrutturazione vennero ricaricati sull’equo canone, che salì da poco più di 100 mila il mese a 234 mila. L’assegnazione fu anomala a dir poco: non tanto perché venne ignorata ogni graduatoria d’attesa (nell’Italia dei favori è normale, anche se illecito) ma perché venne saltata di netto l’apposita commissione affittanze, che si limitò a ratificare una decisione calata dall’alto. Il rapporto è ancora lì, anche se non reca il nome del destinatario: è rimasto in bianco.
Parentesi: agli appartamenti del Fondo pensioni Cariplo, allora più di oggi, accedevano solo i raccomandati di ferro. Tra i magistrati, per dire, ne ebbe uno solo il procuratore generale della Repubblica Giulio Catelani. La maggior parte dei magistrati normali (quelli che non ritengono di dover pagare un affitto normale, cioè) a Milano sono raggruppati nelle case comunali di viale Montenero 8. Il Fondo pensioni, inoltre, è pubblico. È regolato con decreto del presidente della Repubblica. Insomma: fu un privilegio da signori concesso dalla Cariplo di Radaelli, grande miracolato dell’inchiesta Atm. E’ un fatto. Penalmente irrilevante, direbbe Di Pietro.
Quella dell’appartamento è una vecchia polemica. Di fronte alle prime malizie, nel luglio 1993, il procuratore capo Borrelli replicò che al Tribunale di Milano esisteva un ufficio che procurava case «ai magistrati che vengono da fuori». Tale ufficio risulta inesistente, e vi è comunque da escludere che fosse adibito a trovar casa ai figli dei magistrati: difatti in via Andegari c’era andato a stare Cristiano Di Pietro, e questo nonostante il contratto vietasse tassativamente qualsiasi tipo di subaffitto. Il magistrato risiedeva appunto a Curno e nel bilocale dormiva solo ogni tanto, quando non tornava dalla moglie o quando non preferiva la pur disponibile garçonnière di D’Adamo, distante poche centinaia di metri. In sostanza, Di Pietro aveva tre case.
La sua difesa, nella circostanza, è stata davvero goffa. «Radaelli», disse in un libro, «non c’entra nulla nella storia della casa… è abitudine, qui alla Procura, che quando viene un nuovo magistrato gli si cerchi una casa». Falso, come visto: Di Pietro ufficialmente stava a Curno. Di seguito ammise di essersi rivolto a Pillitteri e poi alla Cariplo (senza menzionare Radaelli) ma per una casa dove potesse abitare il figlio: «A diciotto anni decisi di prendergli una casa, non potendola comprare». Strano anche questo: proprio in quel periodo si era fatto «prestare» i famosi cento milioni dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini sempre per comprare una casa al figlio: Di Pietro l’ha messo a verbale. Difatti la comprò: un lotto a mutuo agevolato a Curno (accanto alla sua, in via Lungobrembo) per centocinquanta milioni in contanti, mai passati per banca: alla luce del sole anche questo. In sintesi, le case sono quattro. Una, a Curno, la pagava la moglie, perlomeno allora. Un’altra, in via Andegari, la pagava la Cariplo di Radaelli. Un’altra ancora, utilizzata da altri come rifugio per scappatelle, era la garçonnière di via Agnello 5, con entrata anche da via Santa Radegonda 8, sopra la Edilgest di Antonio D’Adamo: quaranta metri quadri al sesto piano, all’interno di una torretta piazzata in mezzo a un terrazzone con vista sul Duomo. All’interno, una boiserie rivestita in legno, camera da letto, soggiornino e zona pranzo semicircolare. D’Adamo è l’ex inquisito che «prestò» a Di Pietro altri cento milioni, oltrechè elargirgli vestiti alla boutique Tincati di corso Buenos Aires, un telefono, una Lancia Dedra e altri infiniti privilegi. Aggiungiamo (e fanno cinque) la disponibilità di una suite al recidence Mayfair di via Sicilia 183, Roma, dietro via Veneto: roba da cinque o sei milioni al mese pagati da D’Adamo che staccava assegni anche per i relativi biglietti aerei Milano-Roma-Milano (una quindicina) acquistati all’agenzia Gulliver di via San Giovanni sul Muro.
«La Cariplo», si legge in un vecchio memoriale di Antonio Di Pietro, «ha reso pubblico, con il mio consenso, l’entità effettiva del canone, a dimostrazione della falsità delle accuse di favoritismo». E queste sono balle spaziali. I dati sull’appartamento, in realtà, sono noti solo perché tre giornalisti (lo scrivente tra questi) ci scavarono per mesi. Non fu certo Di Pietro a rendere noto lo schedario degli immobili Cariplo a pagina 531: contratto intestato a Di Pietro Antonio, 65 metri quadri calpestabili (70 commerciali), 230 metri cubi a un canone annuo di 2.817.039, ossia 234.753 il mese. Infine: non è mai stato chiaro perchè Di Pietro, se tutto era davvero lecito o normale, non appena la storia prese a circolare abbandonò l’appartamento in fretta e furia.
All’associazione blindata che gestisce i soldi dell’Italia dei valori – sulla quale sta indagando una procura, anzi due – Antonio Di Pietro ha da tempo aggiunto un terzo soggetto economico: è la società An.To.Cri., una Srl con a capo ovviamente se stesso e come socia l’onnipresente tesoriera Silvana Mura più il suo compagno (o ex compagno) Claudio Belotti, medesimo personaggio cui è intestato l’affitto uno degli appartamenti romani attribuito alla «cricca». L’oggetto sociale della An.To.Cri. Srl sono acquisti immobiliari a raffica. Per capire di che cosa si sta parlando c’è solo da azzardare un riepilogo di tutta l’impressionante sequenza partitica & societaria & familiare & immobiliare dell’uomo che seguita, ancor oggi, a sventolare il vessillo del conflitto d’interessi e della lotta alle commistioni tra politica e affari.
1) Di Pietro nel 1999 acquista due appartamenti tra loro adiacenti a Busto Arsizio – diverranno uno solo – per complessivi 370 metri quadri. Costo: 845.166.000 lire. Di Pietro ha sostenuto di averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro.
2) Di Pietro, nello stesso anno, 1999, acquista un bilocale a Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire.
3) Di Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un appartamento a Roma, in via Merulana, di 180 metri quadri. Costo: circa 400.000 euro. È dove vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre 2002 risulta emessa una fattura di 7200 euro relativa a «Lavori per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». La fattura non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei Valori, via Milano 14, Busto Arsizio, Varese». È la vecchia sede del partito. Di Pietro ha sostenuto su «Libero» il 9 gennaio 2009: «A Roma sono proprietario dell’appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L’ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001, per 800 milioni di vecchie lire». Ha sbagliato l’anno: l’acquisto è del 2002, quando già percepiva gli odiati rimborsi elettorali.
4) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, il 19 marzo 2003 acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di Pietro – è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei – di un attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa 200.000 euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio l’ha acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno, ma dell’operazione, così come descritta, non risulta per ora traccia catastale.
5) Di Pietro il 28 marzo 2003 acquista un appartamento a Bergamo in via dei Partigiani, in pieno centro, di 190 metri quadri. Nello stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni compra un monolocale di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si aggiungono due cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli 800.000 euro.
6) Di Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la società Srl An.To. Cri. (dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano) con sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato: 50.000 euro. Socio unico: Di Pietro. L’anno dopo, nel 2004, si aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti. Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro è quindi a capo dell’associazione privata Italia dei Valori, del partito Italia dei Valori e di questa società di gestione immobiliare. Las Mura lo segue a ruota.
7) Di Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il socio Mario Di Domenico dall’associazione privata Italia dei Valori e lo sostituisce con la moglie Susanna Mazzoleni. A gestire l’intero finanziamento pubblico del partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più Silvana Mura. Si parla di rimborsi per 250.000 euro nel 2001, 2 milioni nel 2002, 400.000 euro all’anno dal 2001 al 2005 e 10.726.000 euro nel 2006. Quasi 20 milioni di euro totali aggiornati all’anno 2007.
8) La An.To.Cri. (cioè Di Pietro, Mura e compagno) il 20 aprile 2004 acquista un appartamento a Milano, in via Felice Casati, di 188 metri quadri. Costo: 614.500 euro. Subito dopo l’acquisto, la società affitta l’appartamento al partito dell’Italia dei Valori per 2800 euro al mese, cifra che va a coprire e superare la rata mensile del mutuo che intanto è stato acceso dalla stessa An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad Antonio Di Pietro e Silvana Mura versa soldi a Silvana Mura: i soldi sono sempre quelli del finanziamento pubblico. In concreto significa che Di Pietro, cioè la An.To.Cri., con il denaro pubblico del partito, cioè dei contribuenti, compra casa per sé.
9) La An.To.Cri. il 7 giugno 2005 acquista un appartamento a Roma, in via Principe Eugenio, di 235 metri quadri. Costo: 1.045.000 euro. Subito dopo la società ripete l’operazione milanese: affitta l’appartamento al partito per 54.000 euro annui, che coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e affitta a se stesso: ma con soldi pubblici. In seguito di articoli di stampa e interpellanze parlamentari che scopriranno l’altarino, Di Pietro nel 2007 deciderà di vendere l’immobile a 1.115.000 euro. Il giochino però continua tranquillamente per l’appartamento milanese di via Casati. A tutt’oggi.
10) Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un appartamento di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in centro.
Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso stabile acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo: 400 o 500.000 euro.
11) Di Pietro il 16 marzo 2006 acquista un appartamento di 178 metri quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio Locatelli. Costo: 261.661 euro, un incredibile affare regalato dalla cartolarizzazione degli immobili dell’Inail. L’acquisto in precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato Claudio Belotti, il citato compagno di Silvana Mura, e l’aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un altro al Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di Pietro affitta l’appartamento al partito Italia dei Valori, cioè a se stesso, che lo ripaga con soldi pubblici.
12) Di Pietro il 6 aprile 2007 acquista una masseria a Montenero di Bisaccia posta di fronte a quella dov’è nato e che pure gli appartiene. Costo comprensivo di 2 ettari di terra: 70.000 euro per l’acquisto e circa 150.000 per la ristrutturazione. Gestisce l’operazione un’immobiliare del posto che si chiama Di Pietro: nessuna parentela, ma il proprietario è stato consigliere provinciale dell’Italia dei Valori.
13 ) Di Pietro nel 2007 procede alla totale ristrutturazione della masseria di Montenero che il padre Giuseppe gli ha lasciato in eredità negli anni Ottanta. L’ampliamento, sino a 450 metri quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300.000 euro. Nella stessa zona, Di Pietro possiede 33 «frazionamenti», ereditati o acquistati da parenti e familiari, per complessivi 16 ettari. I suoi terreni confinano inoltre con quelli che la sorella Concettina ha ricevuto a sua volta in eredità dalla famiglia.
La recente iscrizione di Antonio Di Pietro all’albo degli imprenditori agricoli gli consente, nelle transazioni immobiliari, di scalare le tasse, scendendo dal 20 per cento anche fino all’1.
14) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, nel 2007 acquista due lotti di terreno totalmente edificabile di 700 metri quadri a Montenero di Bisaccia, valutabili in una villa di 500 metri quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150.000 euro.
15) Di Pietro nel 2008 acquista un appartamento a Milano, in piazza Dergano, di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350.000 euro.
16) Susanna Mazzoleni, lo ricordiamo per completezza, nel 1985 acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38 milioni di lire. La storia di quel rudere l’abbiamo raccontata nella prima puntata.
17) Antonio Di Pietro nel 1989, proprio affianco e sempre a Curno in via Lungobrembo, acquistò una villetta a schiera dove visse per qualche tempo suo figlio Cristiano, che in precedenza risultava locatario – irregolare, perché ogni forma di subaffitto era proibita – nel famoso appartamento milanese di via Andegari affittato dal Fondo pensioni Cariplo del socialista inquisito Sergio Radaelli. In una lettera a «Libero», sempre il 9 gennaio 2009, Di Pietro ha precisato che la villetta a schiera di via Lungobrembo è stata «acquistata alla fine degli anni Ottanta e quindi per definizione con soldi non del partito». È vero. I soldi infatti erano dell’inquisito Giancarlo Gorrini (condannato per appropriazione indebita) e corrispondevano al famoso «prestito» di 100 milioni cui si aggiunsero i 100 prestati da Antonio D’Adamo al quale pure Di Pietro si era rivolto parlando dell’acquisto di una casa. Poiché Di Pietro non l’ha scritto, si indica anche il prezzo della villetta: 150 milioni di lire. Ne abbiamo parlato nella seconda puntata.
Ora: i cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli immobili, quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e degli autoaffitti, senza contare ciò che non si conosce. Ci sarebbe poi da sapere o da chiarire – perché Di Pietro non l’ha chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio pubblico – il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti di case e di terreni da parte dei figli e della moglie. Susanna Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando aveva lo stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle tasche altrui comporterebbe anche il conoscere il tenore di vita di un nucleo complessivo che comprende una coppia, tre figli e un’ex moglie. Pur generica, l’opinione di Di Pietro in merito è stata questa: «Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei genitori». Tuttavia, secondo il il 740 dipietresco dal 1996 a oggi, ha guadagnato in tutto 1 milione di euro netti e ne ha dichiarati circa 200.000 l’anno. Al milione vanno aggiunti i circa 700.000 euro ottenuti dalle querele che ha sporto (e vinto) nonché 954.317.014 lire (praticamente un miliardo) incassati per una donazione della contessa Malvina Borletti una decina di anni fa: soldi che dovevano servire per attività politiche – espresso desiderio della contessa – ma che Di Pietro utilizzò per comprarci delle case. Comunque la si metta, alla luce del giro immobiliare di cui sopra, i conti faticano a tornare.
 di Fabio Facci

mercoledì 21 settembre 2011

Gli eterni perdenti.


Dal 94 e cioè dalla pesante sconfitta della “gioiosa macchina da guerra” di Ochetto  la sinistra di questo Paese ha paura e teme che la storia si ripeta. Neanche la sponda di una fetta della Magistratura riesce a consolarla, sembra un paradosso ma nemmeno le tegole che continuano a cadere sulla testa di Berlusconi riescono a rasserenarla. E’un pezzo ormai che in ogni modo ci provano, aspettano,sperano, è una vita ormai che attendono la grande caduta sempre delusi e spiazzati dall’abilità del cavaliere a restare in sella. Ogni volta che sentono l’illusionistica possibilità che cada da cavallo cominciano a litigare tra loro accapigliandosi attorno al gatto prima di averlo nel sacco.  Fioroni e i suoi post democratici temono una deriva a sinistra del Partito. Di Pietro resta un alleato scomodo e assolutamente imprevedibile e irresponsabile, non da ultima la dichiarazione  pazzesca di oggi dove auspica la solita cantilena della caduta del Governo con una frase lapidaria quanto idiota, “prima che ci scappi il morto”.  Vendola è il tipo a cui non girare mai le spalle e che darebbe la certezza di non riuscire a governare un’altra volta. Questa è la cordata e se tanto mi da tanto commenterei con un “se tutto va bene siamo rovinati”. Dite voi, ci sarebbe Casini !! Tranquilli, da brava meretrice democristiana Casini si fa corteggiare ma poi si  nega e si negherà. Insomma dopo quindici anni il timore fondato è ancora quello di restare a bocca asciutta ma soprattutto senza una identità vera se non continuare ad aggrapparsi all’anti berlusconismo. Intanto per far fronte alla crisi la “gioiosa macchina da guerra” della sinistra ha in mente di segare un centinaio di teste appartenenti al suo apparato !! Ed ecco applicata un’altra delle loro proverbiali ricette per uscire dalla attuale crisi.

Ilpensieroverde

domenica 18 settembre 2011

15 anni di bugie, di ripensamenti, di contraddizioni........


15 anni di bugie, di ripensamenti, di contraddizioni, di speranze di presa del potere, di fallimenti Politici e di immaturità congenita, di slogan altisonanti, falsi e demagogici e di violenze di Piazza.

Quando, come nella serie famosissima, Peppone a Brescello cominciò il suo discorso contro il capitalismo, i preti, il militarismo guerrafondaio e contro i sacri confini della Patria, Don Camillo dall’alto del campanile si indigna e trasmette attraverso l’altoparlante sulla piazza gremita di fazzoletti rossi, la musica patriottica: la Leggenda del Piave. L’animo sensibile del vecchio soldato Peppone si commuove e cambia subito registro intonando: “Noi ci sentiamo patrioti, con la coccarda in petto ci siamo sentiti subito a nostro agio, senza se e senza ma. Ci siamo ripresi questa grande parola, patriota, violentata e usurpata dal nazionalismo e dall’imperialismo del primo novecento", aggiunge il segretario, che difende "la parola del 25 aprile, data sacra che abbiamo difeso e che nessuno cancellerà". "Non ci sequestreranno più le parole, parole come libertà; non ci sequestreranno più canti, canti come Va Pensiero. Basta, ce lo riprendiamo quel canto e lo riconsegniamo a tutti gli italiani. Continueremo a tener vivo il nostro patriottismo costituzionale", conclude.

Ah, pardon,  scusate, mi sono sbagliato, questo è il discorso di Bersani alla chiusura della festa del PD a Pesaro. Infatti conclude in modo molto insolito: Siamo stati umiliati, adesso Berlusconi deve togliersi di lì o ci porterà a fondo…
Quasi un ventennio di discorsi, di bugie, di ripensamenti, di contraddizioni, speranze di presa del potere, di  fallimenti e immaturità congenita, di slogan altisonanti falsi e demagogici; mezzo secolo di lotta contro l’Italia; mezzo secolo di comunismo fallimentare, di pseudo comunismo alterato, di sinistrismo più ipocrita che democratico, insomma di bla..bla..bla..violenze di Piazza e… scioperi!
Il pensiero Verde

sabato 17 settembre 2011

Bersani vuole l'ammucchiata (ma scorda che Penati è del Pd )

Siccome "Berlusconi deve togliersi di lì oppure ci porterà a fondo" - parola di Pier Luigi Bersani - il Pd lavora per un centrosinistra di governo e per un "nuovo Ulivo" discutendo con Sel, Idv, socialisti e ambientalisti: l'ennesima riedizione dell'ammucchiata. Il segretario democratico, dopo essere stato introdotto da Carla Fracci, svela la sua strategia politica, una coalzione "di un patto ben solido tra soggetti che si rispettino". Una sponda a Bersani arriva da Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc, che dalla festa del suo partito rilancia: "Le Marche sono state solo un incidente o una strada da perseguire? Il Pd lo dica, perché se è quella la strada da seguire siamo interessati. Se no ci siamo sbagliati un po' tutti".

"Appello ai moderati" - Il piano svelato da Bersani a Pesaro è accompagnato dal rituale appello "a tutte le forze moderate che non si ritengono di centrosinistra ma che intendo fare i conti con il modello plebiscitario e lavorare per una ricostruzione del Paese su solide basi costituzionali". Pier, insomma, continua a strizzare l'occhio ai centrsiti, senza però farne i nomi. "Chi è motivato in questo senso - ha proseguito - può discutere con noi, in modo aperto, che sia soggetto politico o si tratti di movimenti, di organizzazioni, di personalità che vogliano sinceramente muoversi per reagire alla deriva di questi anni. A tutti loro - ha proseguito alla chiusura della festa nazionale del Partito Democratico - diciamo con chiarezza: chi vuole veramente voltare pagina da Berlusconi e dalla Lega e aprire un cantiere di riforme non può pensare di prescindere dal partito democratico. Sarebbe un'illusione". Convinto lui...

"Governo di transizione" - Così bersani chiede "un governo di transizione che faccia una nuova legge elettorale". Quindi una nuova serie di accuse all'esecutivo. "Pensiamo amaramente dove è finito il nostro antico destino di anticipatori - afferma -. Con Berlusconi abbiamo anticipato: riti domestici e piccole patrie, modelli personalistici sconosciuti alle democrazie del mondo, una comunicazione ossessiva e demagogica". Quale il risultato, a suo parere? "Siamo lo strapuntino dell'Europa e del Mondo. Il mondo guarda a noi come a una zavorra".

Tangentopoli rossa - Nel corso del suo intervento Bersani non può però glissare sulle beghe interne, il caso Penati e il sistema Sesto. "Chi fa circolare contro di noi teoremi assurdi o leggende metropolitane - il segretario prova a difendere la sua creatura -, chi aggredisce con calunnie l’unico partito nazionale che fin dalla sua nascita ha un bilancio certificato, si prende una denuncia e una richiesta di danni. Non passerà il tentativo di metterci tutti nel mucchio". Bersani promette così di portare in tribunale chi accosta gli episodi che riguardano Filippo Penati al Partito Democratico, scordandosi però che l'ex presidente delle Provincia era il suo braccio destro. "La critica l'accettiamo - ha aggiunto - l'aggressione no".



fonte "liberonew"

INDAGATO L'EDITORE DE L'UNITA' PER EVASIONE FISCALE


La grande caccia all'evasore si conclude 

nell'ufficio del suo 

editore Renato Soru.

settembre 2011
SE L'UNITA' LANCIA UNA CAMPAGNA CONTRO GLI EVASORI E POI IL SUO EDITORE
VIENE INDAGATO PER EVASIONE FISCALE, E' NEMESI?

Il quotidiano di sinistra L'Unità nei mesi scorsi ha lanciato una lotta appassionata contro gli evasori fiscali.
Alcuni titoli: "Indecenti evasioni", "grandi imbroglioni", "pene più severe per gli evasori",  "Regali ai grandi
evasori", "il problema di chi non paga le tasse è un problema politico", "la lotta all'evasione è uno dei punti
 fondamentali dell'anti-manovra del PD".
Se la Guardia di Finanza indaga Renato Soru, editore e azionista de L'Unità, nonché esponente del PD, per
 aver scordato di pagare le imposte di una sua società inglese, si può parlare di NEMESI?
E se uno dei "grandi imbroglioni" fosse proprio l'editore, con che titolo uscirà L'Unità?

lunedì 12 settembre 2011

Il finto martire Santoro esce milionario dalla Rai. Ma chiede una colletta per tornare in televisione.


Alla festa del Fatto Quotidiano l’ex conduttore di Annozero chiede dieci euro per finanziare il suo nuovo programma Comizi d’amore, che andrà in onda sulle reti private e sulla web tv del giornale di Travaglio, nonostante una liquidazione milionaria.

Dunque, in soldoni, secondo Michele Santoro il mondo va così: la guerra in Irak è stata fatta per coprire l’avvento della grande crisi economica mondiale, lui è stato cacciato dalla Rai perché avrebbe rivelato questa verità, l’Italia è governata da un uomo che è solo una barzelletta, l’opposizione non esiste, l’informazione si è addormentata ed è schiava del conflitto d’interessi, pure La7 deve ubbidire al governo. E dunque? Lui, che solo e unico è in grado interpretare il pensiero degli italiani che a tutte queste cose vogliono opporsi, cosa deve fare? Raccogliere dieci euro a testa tra il popolo che lo ha incaricato della missione impossibile: fare informazione vera. E con la colletta costruire un nuovo network, libero, senza padroni, senza intromissioni, che possa mandare in onda il suo talk in totale autonomia.
Proprio così: è questa la «grande» proposta che il giornalista ha lanciato ieri pomeriggio dal palco della Festa del Fatto quotidiano, il giornale che lo appoggia e che gli ha fatto trovare una platea gremita di fan per la prima apparizione pubblica dopo le dimissioni dalla tv di Stato del giugno scorso. Insomma, un programma costa moltissimo e Santoro, non avendo più a disposizioni i potenti mezzi della Rai (da cui è uscito con una liquidazione di 2,5 milioni di euro) e avendo rifiutato sdegnosamente quelli della Telecom, ora batte cassa tra la gente che si riconosce nelle sue idee. Come farà a raccoglierli? Come fece nelle prove generali della serata bolognese di Tutti in piedi organizzata con l’aiuto della Fiom: grazie a giovani volontari. Ai soldi raccolti con la colletta si aggiungeranno quelli di imprenditori privati televisivi. Perché l’anchorman vuole costituire una società dal titolo che è tutto un programma, «Servizio pubblico»: primo socio Sandro Parenzo, il patron di Telelombardia; secondo il Fatto quotidiano (la scelta è questa, anche se il Cda non ha ancora deliberato ufficialmente il finanziamento).
Il programma che Santoro chiamerà Comizi d’amore (il richiamo è a Pasolini) verrà trasmesso, oltre che da un collage di tv locali di tutt’Italia e attraverso il web, anche da un canale Sky, messo a disposizione al giovedì sera. E questa è la vera sorpresa della serata, la chiave di volta che (se confermata dagli interessati) garantirà successo al telepredicatore dato che la rete satellitare garantirà una copertura nazionale al talk, oltre a regalare grandissimi ascolti al network di Murdoch. A questo punto bisognerà vedere se il magnate australiano, considerato lo squalo mondiale dei media, colui che si è inguaiato con lo scandalo di News of the world, garantirà a Santoro quella libertà assoluta che nessuno in Italia ha osato concedergli. O Berlusconi, o chi per esso, si metterà a telefonare pure a Murdoch?
Perché secondo Santoro, in Italia, anzi nel mondo, l’informazione, dopo l’11 settembre si è assopita, è deragliata verso il sentimentalismo, l’emozione data dal «sacrificio dei vigili del fuoco morti sotto le Torri gemelle». Lui, che invece avrebbe svelato le vere ragioni della guerra in Irak («I servizi segreti americani non tennero conto dei segnali chiari che l’attentato stava arrivando») e cioè che serviva per distogliere l’attenzione dall’incipiente crisi economica, è stato ostracizzato dall’editto bulgaro emesso da Berlusconi. E quando è tornato, grazie alla sentenza della magistratura, in Rai ha dovuto «passare più tempo con gli avvocati a difendersi dai tentativi dei vertici, messi lì dal premier e da lui telecomandati, di controllarlo che a realizzare il suo programma». E tenendo conto che «Bersani è un fantasma che non lo ha difeso», che pure Mentana e Lerner sono «bravi professionisti ma fanno quello che possono», e che La7 è governata da uno (Giovanni Stella) che «parla di macachi e banani e che invece di ascoltare il mercato (l’annuncio dello sbarco di Annozero provocò un più venti per cento delle azioni Telecom in Borsa) mi vuole controllare la scaletta», detto tutto questo ci vuole qualcuno che si faccia portavoce di chi vuole dire «Basta!» a un premier troppo impegnato nei bunga bunga.
Anzi, bisogna «andare oltre: riprendersi la Rai, il servizio pubblico e l’informazione libera. Per cui i primi ospiti della nuova trasmissioni dovranno essere «Sabina Guzzanti, Luttazzi e Celentano, da cui andrò in ginocchio per pregarli di partecipare». Perché conclude Santoro nell’ovazione generale «come dice Obama non dobbiamo dimenticare da dove veniamo se vogliamo sapere dove andremo». Dove andrà lui ora si sa: nelle fauci di Murdoch con la colletta del popolo di sinistra.
(IlGiornale.it)
fonte blog: QUESTO-PUNTO-ESCLAMATIVO-AVRA-PIU-FAN-DI-MICHELE-SANTORO

domenica 11 settembre 2011

BOCCA ... CHIUSA. L'ex duro e puro adesso ha paura a scrivere di Bersani

«Un tempo mi sarei lanciato nella discussione: stavolta non l’ho fatto anche con un senso di paura». 
Così dichiara al Fatto Quotidiano in riferimento alla faccenda Penati. Proprio lui che del suo ardimento fisico da partigiano, combattente impavido nelle formazioni di Giustizia e Libertà, e di quello verbale da scrittore e giornalista, attaccante senza paura dei potenti di turno, ha sempre fatto motivo di orgoglio.
Ma ora è successo l'imprevedibile: il duro e puro si è cacato nei pantaloni.
Le minacce di querele e di risarcimenti milionari (e magari d'altro non noto) pronunciate da Bersani all'alba della vicenda Penati hanno fatto vacillare le granitiche convinzioni sul diritto di cronaca di Giorgio Bocca.
Ma qualche cosa comunque gli è sfuggito:  «... vedo un’assoluta identità (fra il Pd e i tempi d’oro del Psi pigliatutto). Craxi diceva: i mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà ». «Rubano tutti. Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi. La via è comune».
E poi, conferma: «... mi sono ben guardato dallo scrivere articoli sull’argomento. Le querele volano e i giornali nemmeno ti sostengono. Un tempo mi sarei lanciato nella discussione, stavolta non l’ho fatto anche con un senso di paura».

Con Berlusconi non ha avuto paura. Ma  si sa, in fin dei conti Silvio è un bonaccione. I cattivi veri sono tra i suoi compagni che conosce bene. Lui c'era nel dopoguerra al tempo delle rappresaglie sanguinarie; sa che il lupo perde il pelo ma non il vizio. E lui vuole vivere i suoi ultimi giorni in pace.


Fonte blog di Flavio Berlanda